Roma Capitale

Ticket falsi, così Atac tentò di liberarsi della Erg

Nel 2008 l’azienda informa il Cda: un «vincolo teconologico» ci impedisce di gestire da soli il sistema di bigliettazione

Un «vincolo tecnologico» quello che legava e lega tuttora Atac alla società australiana Erg Limited, proprietaria delle "chiavi" del sistema di bigliettazione, adottato nel 1999 per contrastare il mercato illegale dei titoli di viaggio, ma che avrebbe prodotto circa 70 milioni di euro all’anno accantonati dalla vendita di ticket clonati. A definirlo «vincolo tecnologico» è la stessa Direzione della bigliettazione di Atac in una nota informativa riservata, di cui Il Tempo è venuto in possesso, inviata il 28 aprile 2008 al consiglio di amministrazione della municipalizzata. L'azienda del trasporto pubblico di Roma «sta cercando una via alternativa al rapporto con Erg - si legge nell’informativa riservata - ma si rende conto per la prima volta della criticità di non avere la proprietà intellettuale del software di base e di avere affidato allo stesso fornitore la manutenzione». In realtà non è la prima volta che i dirigenti della municipalizzata si accorgono della "schiavitù" nei confronti della società australiana. Ben 5 anni prima, il 5 settembre 2003, l’ex presidente di Atac Mauro Calamante aveva scritto una lettera confidenziale all’allora sindaco Veltroni nella quale parlava della necessità di «riportare "in casa" l’intelligenza e la "cassa" del sistema di bigliettazione" per rimediare «alle "storture" e alle criticità" e "per "presidiare" con particolare cura e attenzione un settore così delicato per gli equilibri finanziari». E più avanti Calamante lo spiega con i numeri: «Nel primo trimestre del 2002 si registrava un drammatico segnale di malfunzionamento del sistema rappresentato da una consistente flessione dei ricavi da traffico: quasi 4 milioni di euro in meno rispetto alle previsioni di budget». Gli altri segnali vengono dai reclami telefonici degli utenti sul funzionamento delle macchine che emettono i biglietti, delle obliteratrici e dei tornelli. Insomma, il sistema gestito da Erg fa acqua da tutte le parti. Il «campanello d’allarme» (è l’eufemismo utilizzato da Calamante) non porta Atac a risolvere il contratto di outsourcing firmato con gli australiani il 25 agosto 1999, ma, al contrario, le fa elaborare un piano di emergenza, il cosiddetto "Piano qualità", pagato a Erg 100 mila euro. In sostanza si paga la società per porre rimedio alle sue inefficienze. E non finisce qui. A distanza di 20 giorni dall’invio al sindaco di quella lettera, viene firmato il contratto transitorio per acquisire la parte hardware e la licenza del software (senza il suo sistema operativo, che resta di proprietà esclusiva di Erg), per un totale di 30 milioni di euro. La municipalizzata, invece di svincolarsi dagli australiani rende sempre più saldo il rapporto di dipendenza. E lo ammette chiaramente Calamante in una seconda corrispondenza inviata a Veltroni il 18 febbraio 2004: «Qualunque soluzione si adotti ci si troverebbe comunque in una situazione di sostanziale dipendenza». Quindi propone prima di costituire una New.co. con capitale misto (70% Atac, 30% Erg). Poi ci ripensa e vuole che la proprietà sia al 100% in capo alla municipalizzata. Erg accetta a patto che i suoi 43 dipendenti vengano assunti all’interno di Atac e in cambio di un indennizzo di 500 mila euro come potenziale danno. La New.co. non verrà mai alla luce e a luglio 2005 viene firmato il contratto definitivo. Contestualmente viene affidata sempre alla società australiana la manutenzione del sistema a un prezzo di 800 mila euro l’anno per 4 anni. Nessuna gara. «In mancanza dei codici sorgente - si legge nell’informativa riservata del 2008 - tale attività può essere gestita solo da Erg». Per questo nel documento si propone al cda un progetto per «allentare il vincolo tecnologico» e liberarsi dal giogo degli australiani, collaborando con altre società: Seawind, Expotel e Gep, che già avevano rapporti con l’azienda per la fornitura rispettivamente dei palmari, delle obliteratrici e delle Meterbus card. Calamante parlava della necessità di «riportare "in casa" l’intelligenza e la "cassa"», ma in realtà sia l’una che l’altra continueranno ad abitare in casa Erg, visto che ancora oggi Atac non possiede i codici sorgente del "cervellone informatico" e non incassa il denaro generato dalla vendita dei biglietti clonati. Per non parlare delle "storture e criticità" del sistema: sono ancora tutte lì. Come testimonia il fatto che non è mai stata raggiunta la ricongiunzione dei dati tra il venduto e l’obliterato ("clearance"), requisito fondamentale del capitolato di gara vinto dalla società australiana nel 1998. E un "audit" interno condotto nel febbraio 2012 conferma che i conti non tornano. C’è circa un milione di titoli in più nei resi. Ma nessuno interviene. «È un fenomeno trascurabile», dicono in Atac. Tanto a pagare sono i cittadini.

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