Sfrattati dalle stazioni della metropolitana, dieci edicolanti «underground» sono sul piede di guerra e chiedono ad Atac un risarcimento danni da circa 500 mila euro. Per anni hanno pagato regolarmente l'affitto di locali da pochi metri quadrati dislocati alle fermate della linea B, fornendo anche un prezioso servizio di assistenza al passeggero. Ora, di punto in bianco, l'azienda del trasporto pubblico ha deciso di non rinnovare più i contratti. I giornalai erano disposti anche a farsi aumentare il canone di locazione, pur di non lasciare le attività che gli consentono di mantenere in totale 32 famiglie. Ma non c'è stata alcuna possibilità di confronto. L'ultima richiesta di incontro, inoltrata all'allora amministratore delegato di Atac Roberto Diacetti, è rimasta senza risposta. Così dal dialogo, si è passati alle azioni legali. Davanti alla sesta sezione civile del Tribunale di Roma si sono aperti 10 identici contenziosi. Uno dei quali si è già risolto con una sentenza di sfratto. «Se entro novembre non libero il locale mi cacciano - spiega Fabio Pompei, titolare dell'edicola alla stazione Policlinico - Mi sento una spada di Damocle sulla testa. Questa precarietà mi farà ammalare». Tutto è iniziato nel 2008. In prossimità della scadenza naturale delle locazioni, alcuni giornalai si sono visti recapitare delle lettere con le quali Atac li informava che non avrebbe rinnovato i contratti e che dava loro da 2 a 6 mesi di tempo per sgomberare i locali interni alla metropolitana. Un fulmine a ciel sereno. Gli edicolanti, preoccupati, si sono subito rivolti al sindacato che, a sua volta, ha manifestato all'azienda la disponibilità di rinegoziare il canone al rialzo se necessario. «Ci riteniamo vittime di una profonda ingiustizia - si legge nella lettera della Cisl-giornalai inviata il 20 marzo scorso alla sede centrale di via Prenestina - L'ufficio commerciale di Atac ha espresso la volontà di mettere all'asta i locali, per avere un solo interlocutore contrattualizzato. Ma non abbiamo avuto notizia che questa decisione sia supportata da una delibera del consiglio di amministrazione». E comunque, prima di fare un bando unico di gara, bisognerà attendere la fine di tutti contratti: l'ultimo scade nell'agosto 2019. «Non possiamo aspettare fino ad allora senza lavorare - si sfoga Fabio Pompei - La sensazione è che ci abbiano escluso volutamente. Il mio contratto è terminato a settembre del 2011. Da allora non pago il canone d'affitto: 1.634 euro al mese. Il guadagno è marginale, ma ho messo comunque i soldi da parte per saldare il debito, se mi faranno restare qui". Pompei, dopo aver subito la sentenza di sfratto, ha fatto causa all'Atac per la sua "condotta illecita" chiedendo un risarcimento danni di 50 mila euro. Da una consulenza tecnico-contabile di parte emergerebbe infatti che gli edicolanti hanno subito nel corso degli ultimi anni un calo degli introiti, causato dalla distribuzione di giornali gratuiti all'interno della metropolitana, dall'installazione di nuove apparecchiature per la vendita dei biglietti, dal minor ricavo riconosciuto sui titoli di viaggio (3%, a fronte di un 5,4% previsto da contratto) e dall'impossibilità di ottenere la licenza per la vendita dei tabacchi (stabilito anche questo da contratto). La stessa richiesta risarcitoria è stata avanzata dagli altri 9 giornalai - in «riconvenzionale» - nelle cause di sfratto ancora pendenti nei confronti di ciascuno di loro. «La scelta di Atac è incomprensibile - commenta l'avvocato Niccolò Bruno, che difende gli edicolanti - Se l'azienda avesse avviato un confronto avrebbe risparmiato sulle spese legali, avrebbe continuato a riscuotere i canoni di locazione e per giunta a prezzi più alti. Invece si è preferito buttare in mezzo alla strada queste famiglie».
Dieci giornalai sfrattati da Atac
Per le loro edicole sotto le stazioni metro hanno sempre pagato l’affitto L’azienda non rinnova i contratti. Chiedono un risarcimento di 500mila euro
