Roma Capitale

Intervento urgente Un mese in ospedale e niente operazione

Trentadue giorni di ricovero per un intervento cardiochirurgico urgente, infine dimesso senza essere stato operato. È una storia che sfiora l’assurdo quella vissuta, suo malgrado, dal signor G.M.,...

Trentadue giorni di ricovero per un intervento cardiochirurgico urgente, infine dimesso senza essere stato operato. È una storia che sfiora l’assurdo quella vissuta, suo malgrado, dal signor G.M., 71enne che dalla Basilicata si era appositamente trasferito a Roma per affidarsi alle cure dell’Unità operativa di cardiochirurgia del San Camillo. Scelta sbagliata: dopo numerosi esami e al terzo rinvio della data dell’operazione, comunicato pochi minuti prima dell’inizio dell’intervento, questo paziente è stato dimesso «per indisponibilità delle apparecchiature non risolvibile prima di tre settimane», come si legge sulla cartella clinica. «Malasanità – denuncia l’uomo, ora intenzionato a chiedere un risarcimento danni – che ha sperperato migliaia di euro per ben 32 giorni di ricovero infruttuosi che mi hanno provocato condizioni di salute e psicologiche peggiori». Tutto succede a dicembre, quando al paziente viene diagnosticata una stenosi severa alla valvola aortica che rende necessario un intervento chirurgico urgente per la sua sostituzione. Consigliato, G. si rivolge all’équipe del dottor Francesco Musumeci, e dopo essere entrato in lista d’attesa si trasferisce a Roma. Nel frattempo, però, la situazione peggiora: gli attacchi di angina si ripetono così il 14 gennaio si fa accompagnare al Pronto Soccorso del San Camillo appunto, dove i sanitari ritengono di doverlo ricoverare in attesa dell’intervento «urgente», come riconosciuto anche nell’ospedale romano, ed inizia l’odissea. Dal 14 al 23 gennaio qualche esame, Ecodoppler, RX torace, Spiromeria, poi nulla fino al 28, giorno in cui – alle 8 del mattino – è stata fissata l’operazione. «Dopo un’attesa spasmodica che durò fino alle 16,30, senza poter né mangiare né bere, con tutte le preoccupazioni che ciascuno ha in quei momenti, un medico mi comunicò che, a causa di un’urgenza, l’intervento era rinviato sine die – racconta l’uomo – Solo l’indomani capii che, a seguito della Tac fatta quella stessa mattina, risultava che l’aorta presentava estese calcificazioni parietali, insomma avevano accertato pochi minuti prima dell’intervento e dopo una degenza di ben 15 giorni che non si poteva procedere per via tradizionale ma sarebbe servita la cosiddetta Tavi, meno invasiva». Non succede più nulla fino al 6 febbraio, quando «qualcuno si ricordò anche della mia leucemia e del fatto che, da oltre un mese, avevo dovuto sospendere la terapia per affrontare l’operazione», quindi vengono effettuati altri esami, e infine riprogrammato l’intervento, il 13 febbraio: «Notte insonne, moglie, figlie, sorelle che tornano a Roma, sono già preparato per entrare in sala e questa volta mi informano che l’apparecchiatura era rotta da tre giorni». Non si prende neppure contatto con altri ospedali, slitta tutto, altra data, 15 febbraio: non si farà neanche questo intervento perché, come scrivono gli stessi medici sulla cartella clinica, l’apparecchiatura non è disponibile, e al signor G. spiegano che non lo sarà ancora per tre settimane. Il 15 febbraio il paziente viene così dimesso dal San Camillo «in condizioni stabili», con la promessa di «essere richiamato il prima possibile». Alla fine G. si è operato a Torino, dimesso ancor prima che arrivasse la telefonata da Roma: «Siamo pronti per operarla».

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