È uno spettacolo che ha segnato la storia del nostro palcoscenico da vedere e rivedere sempre con stupore e interesse: si tratta di «Memorie di Adriano» di Marguerite Yourcenar, con Giorgio Albertazzi diretto da Maurizio Scaparro, replicato da martedì al 17 marzo al Teatro Parioli Peppino De Filippo con Maria Letizia Gorga nei panni di Plotina e Gianfranco Barra come Olimpo. «Abbiamo la consapevolezza di potere, forse dovere, trasmettere ancora le tante emozioni avute e talvolta date con le parole di Marguerite Yourcenar, fin dalla prima magica notte di Villa Adriana, e proseguite in tanti anni, a intervalli irregolari a Roma e in tanti teatri d’Europa», ha dichiarato il regista Scaparro. «Ci siamo trovati così, forse senza saperlo, a costruire la memoria di quest’evento. E la grande forza evocatrice della voce di Giorgio Albertazzi mi è parsa anche accresciuta di tenerezza, un termine che mi piace molto perché sottolinea il tanto necessario coraggio a dire parole come quelle di Adriano: humanitas, felicitas, libertas, molto vicine al motto Liberté, Égalité, Fraternité della Rivoluzione francese. La serenità di Adriano nasce anche dal rimettere in discussione tutto: la vita, l’amore, la storia, i nostri stessi luoghi di origine, le nostre lingue. È l’atteggiamento proprio dei grandi rivolgimenti del nostro mondo che ci appare simile a quello che stiamo vivendo oggi ballando, talvolta senza pensiero, sul nostro Titanic. C’è una frase di Flaubert che spiega il fascino immortale del protagonista di quest’opera: Quando gli déi non c’erano più e Cristo non ancora, tra Cicerone e Marco Aurelio, c’è stato un momento unico in cui è esistito l’uomo, solo. Adriano è più di un uomo, è l’immagine, o meglio il ritratto di ciò che noi siamo oggi, nelle sue parole ritroviamo le radici del pensiero occidentale e della nostra storia. Mai come oggi questo spettacolo e questo testo mi sembrano così attuali. In un mondo in cui i fondamentalismi e l’ignoranza seminano morte e distruzione, in una realtà che sembra lentamente sfaldarsi sotto i colpi dell’intolleranza, della guerra, dell’egoismo, del colpevole disinteresse per il territorio e per la sua bellezza, degli interessi mercantili, le parole di Adriano assumono un significato nuovo, profondo, che mi aiuta, e ci aiuta a riflettere sul nostro momento storico indicandoci, forse, uno spiraglio di speranza: non tutti i nostri libri periranno; si restaureranno le nostre statue infrante; altre cupole, altri frontoni sorgeranno dai nostri frontoni, dalle nostre cupole e se i Barbari s’impadroniranno mai dell’impero del mondo, saranno costretti ad adottare molti nostri metodi; e finiranno per rassomigliarci», dice Albertazzi, ora come nel lontano 1989, anno della prima edizione. «Riproponiamo al pubblico romano lo spettacolo al Teatro Parioli Peppino De Filippo, che ha riaperto a nuova vita, significativamente a Roma, che assieme alla Spagna e alla Grecia, sono state le Patrie di Adriano e continuano ad essere, con una nostra speranza utopica, culla della civiltà occidentale». «Adriano sono io» continua a ripetere Albertazzi: attore e uomo non si distinguono.
Albertazzi mattatore e divo con la toga di Adriano
...
