Roma Capitale

Pirandellomania

diTIBERIA DE MATTEIS Doppio debutto pirandelliano nei teatri romani: se all'Argentina si ospita, da stasera al 13 marzo, «Vestire gli ignudi» con Gaia Aprea, diretta da Luca De Fusco, il Quirino risponde, nelle stesse date, con Pino Caruso disposto a misurarsi con lo scrivano Ciampa, immortale protagonista de «Il berretto a sonagli». Classico della contemporaneità, rivoluzionario della concezione umana quanto di quella scenica, divulgatore della relatività del vero e insofferente alla prigionia dei ruoli sociali, il drammaturgo siciliano ha ancora oggi tanto da dire sulla nostra vita e sulle dinamiche relazionali. Per Luca De Fusco, infatti, la vicenda di Ersilia Drei sembra un fatto di cronaca attuale con una ragazza sfortunata che, prima di tentare il suicidio, concede un'intervista in cui si «rappresenta» in modo molto diverso dalla realtà, creando un'immagine di sé nobile ed edificante. Salvata poi dalla morte, prova a essere il personaggio che ha raccontato, ma non regge il peso ed è costretta a uccidersi davvero. «Ersilia, se non fosse per il suo nome demodé, sembra una cugina della ragazza inglese che ha recentemente venduto alla tv la diretta della propria agonia, fino al termine dei suoi giorni» spiega il regista. «L'unica differenza, che rende questo intreccio ancora novecentesco e non contemporaneo, sta nel "mezzo". Ersilia concede l'intervista fatale a un quotidiano e non alla televisione. Ciò non toglie sapore profetico al copione pirandelliano che intuisce in grande anticipo come il nostro tempo verrà irrimediabilmente influenzato dalla comunicazione di massa. Deve infatti esserci qualcosa di irresistibile che spinge le persone a "rappresentarsi", a raccontare i propri moti più intimi in pubblico, ovviamente travisandoli per l'occasione». Da questa riflessione nasce l'idea di Luca De Fusco di strutturare «Vestire gli ignudi» come un «reality show», grazie alle scenografie affidate all'artista Fabrizio Plessi che danno un valore astratto e universale. A Pino Caruso spetta, invece, una centralità d'attore più rispettosa del personaggio che della tradizione scenica. «Apparentemente fuori età di fronte a un quarantacinquenne, è tuttavia adattissimo per estrazione antropologica e per raffinatezza di cifra recitativa» chiarisce il regista Giuseppe Dipasquale. «Artisti grandissimi come Turi Ferro e Salvo Randone emanavano un'energia e una vigorosità lontane dalla bonaria fatalità che Ciampa esprime come vittima e non carnefice. La sua vecchiaia lo incatena alla necessaria accondiscendenza verso la moglie e solo alla fine trova la soluzione di ribaltare lo specchio della verità e fingerlo in pazzia. Solo lì Ciampa diventa Cotrone, trovando la sua lucciola di mago».

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