Roma Capitale

Il Moïsé che amo

diLORENZO TOZZI Pier'Alli è, nella vita come nel lavoro, persona garbata e moderata. Le sue regie teatrali, sempre innovative ma mai iconoclaste o astruse, men che mai offensive del testo interpretato, godono non di rado il consenso congiunto di critica militante e pubblico. Come a Roma è accaduto negli anni scorsi per L'Oro del Reno, prologo del Ring wagneriano, per il Tristano e per una colorita Carmen. Ora (dal 2 dicembre all'Opera) al fianco di un pezzo da novanta come Muti si cimenta in un altro capolavoro, il francese «Moïsé et Pharaon» (1827) di Rossini, ricco di suggestioni e colpi di scena come terremoti, improvvisi oscuramenti sino allo spettacolare passaggio salvifico tra le acque del Mar Rosso. «È un'opera straordinaria, bellissima – racconta il regista fiorentino – tutta improntata al canto francese. Come sempre sono partito dal libretto, che cerco sempre di rispettare, ma la parte visiva è condizionata dalla partitura musicale. È la musica che dà il ritmo, è la cosa più importante». Quanto conta la tecnologia nei moderni spettacoli d'opera.? «Oggi molto. Viviamo nell'era del cinema e nella civiltà dell'immagine». Fino a che punto è lecito innovare registicamente? «In un'opera non di repertorio come questa è più facile che in Don Giovanni o in Traviata. L'ardimento della regia è andato talmente oltre, anche provocatoriamente, che i pericoli si sono oggi ridotti. Personalmente mi sono mosso sempre con classicità e modernità di stile, ma non di trasgressione. Certe provocazioni sono accettate solo da alcune direzioni artistiche che amano gli scandali. Personalmente detesto la provocazione gratuita. Cerco di essere moderno raccontando anche con l'attualità, ma senza forzare. Non bisogna violentare lo spettatore allontanandolo dalla storia, perché poi la musica non funziona. Spesso la provocazione resta solo una moda» Mai subìto qualche contestazione? «Per la Walkiria a Bologna. Stampa e critica furono unanimemente contrari. Altri spettacoli, come il Don Giovanni a Torino tutto giocato sulla Commedia dell'Arte, hanno sedotto il pubblico ed irritato la critica. In genere la novità piace al pubblico, ma non deve essere distruttiva, iconoclasta, soprattutto della poetica del melodramma. All'estero c'è molto odio per la cultura italiana». Come ha concepito questo Mosè? «È Muti che mi ha voluto ed ha accettato il mio complesso progetto di allestimento scenico. Già nel '95 avevamo collaborato per un Mefistofele alla Scala e poi un Crepuscolo degli Dei era sfumato». L'opera è un museo o un cantiere sempre aperto? «Un lavoro sempre in evoluzione. Qui ad esempio ci sono tutta una serie di stupendi colpi di scena. Mi avvalgo di un contenitore semplice, che rimanda con le sue ordinate fessure al muro del pianto: è un mausoleo della memoria che raccoglie le preghiere e le meditazioni degli ebrei. Da quelle fessure fuoriescono le tavole della legge. Anche alla fine prevale l'elemento simbolico: il liberatorio passaggio del Mar Rosso, che si richiude addosso alle truppe egizie inseguitrici, non è solo un effetto paesaggistico, ma la catarsi quotidiana, la liberazione collettiva. Il colore di fondo è quello della luce e del deserto: rappresenta la divinità quando filtra dalle fessure del muro abbagliando il pubblico. Come sempre sono sia realistico che astratto. Il mio Egitto è metafisico con piramidi e obelischi che si confondono con moderni grattacieli in una mistura tra passato e presente che è atto di magia globale. Il Tempio di Iside è come visto dall'alto, un'ambientazione spettacolare e mistica che consente le rituali processioni. Anche il balletto di Shen Wei è astratto e non narrativo, ma si riallaccia ad elementi dell'azione come lo scontro tra due culture diverse». Trova differenza oggi tra cantanti italiani e cantanti stranieri? «A volte solo per una maggiore disponibilità scenica da parte degli stranieri. Ad inglesi ed americani piace molto la recitazione: con loro il rapporto è meno tradizionale. Ma oggi tutti hanno l'aspetto più curato di una volta, anche nei cori».

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