.Nulla di strano, purtroppo, se si considerano i tempi biblici dei procedimenti penali e civili in Italia: le cause possono durare anche 25 anni prima di ascoltare soltanto il pronunciamento del giudice di primo grado. In questo caso, però, si è arrivati ad allungare i tempi della giustizia in seguito a un ricorso presentato in Cassazione contro una sentenza d'assoluzione in appello nei confronti di un carabiniere. Il procuratore generale, infatti, ha contestato la piena estraneità ai fatti dimostrata dai colleghi di secondo grado nei confronti di un militare, che era stato condannato invece dal Tribunale al risarcimento di 30 euro per minacce nei confronti di un ragazzo. Insomma, adesso, per verificare se i giudici d'appello si siano sbagliati o meno nell'assolvere il carabiniere, la giustizia dovrà affrontare una serie di spese. E l'operazione, nel migliore dei casi, costerà 30 volte in più rispetto alla condanna inflitta in primo grado al militare. Oltre al danno per il cittadino, cioè i tempi lunghissimi per avere giustizia, ci si aggiungono quindi anche i costi della stessa giustizia, amplificati questa volta da un ricorso in Cassazione. Se infatti il pg dovesse dimostrare la fondatezza del suo ricorso, alle casse dello Stato portare avanti il procedimento davanti ai Supremi Giudici costerebbe circa mille euro. Se invece il verdetto finale fosse favorevole al carabiniere, ecco che la cifra si moltiplicherebbe: da mille, si potrebbero superare i tremila euro. Il tutto, per «rientrare» (si fa per dire perché è stata disposta la pena sospesa nei confronti del carabiniere), di 30 euro. Nelle spese di giustizia vanno considerate, tra l'altro, quelle degli ufficiali giudiziari che devono notificare i provvedimenti e quelle del collegio, composto da cinque togati, che dovranno esaminare il ricorso del pg. Ecco come si è arrivati a questa situazione giudiziaria. Era la sera del 3 maggio del 2003 quando i carabinieri di Trastevere, come verbalizzarono quella notte, fermarono il giovane Mario Bertinotti «in evidente stato di ebbrezza mentre attraversava frettolosamente il passaggio pedonale semaforico nonostante la luce dello stesso fosse rossa, costringendo l'autista dell'autoradio a un'improvvisa frenata per schivare Bertinotti». Una volta scesi dalla vettura, secondo quanto scritto dai militari, il giovane si rifiutò di fornire le sue generalità. «Non mi rompete il c..., non ho fatto niente», avrebbe detto il ragazzo ai carabinieri, che a quel punto introdussero Bertinotti nell'autoradio per accompagnarlo in ufficio. Nell'entrare e nell'uscire dalla vettura, secondo quanto riferito dai militari, Bertinotti si provocò accidentalmente, cadendo in terra, a causa della resistenza, contusioni al gomito e allo zigomo. Ecco arrivare una querela contro i due carabinieri, che in primo grado sono stati assolti dall'accusa di lesioni. Solo l'autista dell'autoradio è stato condannato per minacce a trenta euro. In appello, invece, è arrivata una sentenza che ha ribaltato la decisione del Tribunale. «Difficile commentare certe situazioni - ha detto il difensore del militare, l'avvocato Maurizio Scuderi - viene in mente un parallelo con l'accanimento terapeutico. Questo è un processo nel merito chiarito da giudici d'appello sereni e severi, ma il mantenere in vita un processo morto, che presto sarà anche prescritto, vorrei capire a cosa serve».
Se la giustizia s'impunta per 30 euro
Il casoMilitare condannato in primo grado a pagare una sanzione minima