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Il gigante politico e i promessi sposi

Solo Berlusconi poteva sbloccare la situazione

Il gigante politico e i promessi sposi

Palazzo Chigi

Dopo due mesi di penultimatum, e dopo che Mattarella ha fatto capire, sia pure nella sua inossidabile compostezza, che ogni limite ha una pazienza, la crisi è giunta all'ora delle decisioni non più revocabili. Incombeva già ad horas, infatti, il governo neutrale in gestazione al Quirinale, e i partiti, se avevano carte in mano da giocare, avevano il dovere di metterle subito in tavola. Smaltita la sbornia del banchetto elettorale, e fatta l’indigestione dei voti e dei veti, la matassa andava sbrogliata in un modo o nell’altro, perché la commedia non si trasformasse in dramma.

Il quadro era sufficientemente chiaro dalla sera del 4 marzo: Cinque stelle e Lega da soli possono contare su una maggioranza potenzialmente agibile soprattutto alla Camera, ma anche al Senato i numeri ci sono. Di Maio e Salvini hanno fatto ampiamente capire che, al netto di programmi non proprio compatibili - ma comunque aggiustabili – erano pronti a fare il governo insieme. C’era però un convitato di pietra, grande e ingombrante, che si chiama Berlusconi e che ha rappresentato per entrambi un ostacolo speculare. Il primo, dopo averlo paragonato al demonio, non poteva farlo digerire al suo elettorato; il secondo non poteva permettersi di metterlo in un angolo, per non spaccare il centrodestra che unito rappresentava il suo punto di forza di fronte al suo nuovo alleato. La lunga manfrina inflitta al Paese nasceva sostanzialmente da questo nodo non sciolto, e nessuno dei due si è mostrato capace di risolvere questa equazione impossibile.

Conosco Berlusconi, un gigante della politica, e sono sempre stato convinto che solo lui aveva in tasca le chiavi per aprire la porta del Palazzo ai due promessi sposi. Non mi ha dunque sorpreso il comunicato di ieri sera con cui quella porta Silvio l’ha aperta, con pacatezza e lungimiranza, restandone però rigorosamente fuori. Le elezioni anticipate – luglio od ottobre che fosse – avrebbero infatti dato un vantaggio formidabile per Salvini - cresciuto molto in questi mesi - trasformando il gioco dell’oca di queste settimane nel gioco dell’opa della Lega su Forza Italia. Un male per il centrodestra e un’incognita per il Paese. L’astensione benevola invocata da qualcuno, a sua volta, avrebbe dato il senso della capitolazione definitiva. Il via libera al governo dei due consoli verde e giallo prendendone le distanze è stata, insomma, la scelta più saggia.

La politica è sempre un divenire, e a volte ripete i suoi schemi a parti invertite: nella passata legislatura è toccato a Berlusconi bere gli amari calici dei governi Monti e Letta, che gli sono costati milioni di consensi mentre la Lega ingrassava nel suo fortilizio di opposizione dura. Ora è Salvini – finalmente - a sobbarcarsi l’onere della responsabilità, in tempi non meno cupi, con la non lieve differenza di dovere addentrarsi nel terreno impervio e inesplorato del populismo al governo. Un azzardo, certo, ma un azzardo uguale sarebbe stato far precipitare l’Italia verso le urne balneari, con un esito simile e con un esecutivo populista che sarebbe comunque nato tra pochi mesi. Dismettere felpe e vaffa per addentrarsi nei meandri intricati del governo sarà la prova del nove per gli arringatori di folle, e chissà se ci riusciranno. Incombe l’economia con l’aumento dell’Iva da disinnescare, incombe l’immigrazione da governare, c’è un vertice europeo cruciale per il futuro, e le promesse elettorali da mantenere. Un salto nel buio? Non direi, il 51 % degli elettori così ha votato. Ma sono gli italiani ad aver tracciato quel solco nelle urne, e la democrazia va rispettata anche quando sembra che il popolo sbagli. Berlusconi, a dispetto dei suoi detrattori, conosce le regole e conosce la democrazia. Per questo ha dato un sofferto via libera.

Il dado è tratto, dunque, e non è l’ora delle recriminazioni. Cosa sarebbe stato dell’Italia se il Patto del Nazareno fosse andato in porto, se la riforma costituzionale fosse passata? Se, se, se... Con i se non si costruisce mai nulla nella vita. Si apre, certo, una nuova era, ma non è la terza Repubblica: è solo il proseguimento della politica con altri mezzi, quelli del populismo al potere siglato col Patto del Vaf-faremo.

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