Il Tempo ha ascoltato l’opinione di Nicola Rossi, economista dell’Università di Roma Tor Vergata e componente del Cda della fondazione dell’Istituto Bruno Leoni.
Come si apre questa lunga campagna elettorale di cui non conosciamo la durata ma della quale già presumiamo la durezza?
«Apparentemente, in maniera non diversa dalle precedenti (ivi incluso il cambio in corsa della legge elettorale). Nella realtà, c’è una profonda differenza.
Per la prima volta negli ultimi trent’anni, la corsa è aperta e nessuno si sorprenderebbe se la maggioranza di centrodestra fosse riconfermata. Sarebbe la prima volta negli ultimi trent’anni».
Facciamo un piccolo check up medico ai due schieramenti. Cosa funziona nel centrodestra e nel governo?
«La gestione dei conti pubblici è, certamente, il risultato più importante conseguito dall’attuale Governo.
E non solo per le ricadute concrete della gestione prudente della finanza pubblica: un minore servizio del debito e una maggiore affidabilità e credibilità del Paese in Europa e nei mercati. O anche per una delega fiscale ormai arrivata in porto. Ma soprattutto per il modo con cui il Governo ha voluto comunicare la sua scelta. Negli ultimi trent’anni non sono mancati periodi caratterizzati da politiche di bilancio disciplinate ma i Governi del tempo avevano sempre addossato all’Ue la responsabilità di quelle politiche. Al contrario, l’attuale Governo ne ha sempre rivendicato la responsabilità e ha sempre sottolineato che politiche di bilancio prudenti sono, innanzitutto, nell’interesse degli italiani. Il ministro dell’Economia lo ha detto recentemente con grande chiarezza: “Quando un Paese perde il controllo del debito non sceglie più: subisce”. Se c’è una maniera giusta per essere sovranisti, questa lo è.
Per trovare altrettanta chiarezza e altrettanto coraggio bisogna andare indietro di parecchi decenni. E credo di poter dire che - alla luce dei sondaggi - gli italiani abbiano apprezzato tanto la chiarezza quanto il coraggio».
C’è dell’altro?
«Beh, i passi sia pur cauti fatti nella direzione di una riabilitazione del nucleare costituiscono un risultato di rilievo. E lo stesso dicasi per l’inversione di rotta determinata nelle politiche per il Mezzogiorno dalla introduzione della Zes unica.
In ambedue i casi, rileva non solo il risultato in sé ma anche la capacità di ribaltare luoghi comuni culturali consolidatisi negli ultimi decenni. E non credo si possa trascurare la resilienza che l’economia italiana ha saputo mostrare in questi ultimi anni: non bisogna mai sovrastimare il ruolo dei governi nella evoluzione dell’economia ma certo l’attuale governo ha ostacolato l’iniziativa privata meno di quanto non abbiano fatto i precedenti.
Il mercato del lavoro ne dà testimonianza».
Cosa invece potrebbe funzionare meglio o le pare che non funzioni proprio?
«Ho appena detto che l’attuale governo ha ostacolato l’iniziativa privata meno dei precedenti. Ecco, meno dei precedenti non basta. Sul fronte della sburocratizzazione dell’economia e della società italiana si poteva e si doveva fare molto ma molto di più. Il ministero della PA segnala che sarebbero poco meno di 500 le procedure semplificate. Un esame dei risultati fa però sorgere qualche dubbio. In non pochi casi alcune procedure sono state sostituite con altre procedure. In altri casi si sono considerate separatamente procedure facenti capo ad un unico procedimento.
Del resto, non mi sembra che gli italiani abbiano avvertito in molti campi significativi mutamenti. Ho l’impressione che - come è spesso accaduto in passato - per semplificare ci si sia rivolti a complicatori di professione e non si sia compreso che spesso lo Stato in molti campi non deve fare solo meglio ma deve soprattutto fare meno. Molto meno».
Che linea sarebbe opportuno seguire per la prossima manovra? La disciplina di bilancio è lodevolissima: ma come si concilia con le esigenze elettorali?
«In un contesto di tassi di interesse in rialzo e in presenza di significativi fattori di rischio a livello internazionale, la prudenza non può non rimanere la stella polare della politica di bilancio.
Come ho detto, non si dimentichi che il consenso della attuale maggioranza non sembra essere stato scalfito da una gestione ordinata della finanza pubblica. Cambiare rotta oggi potrebbe essere deleterio.
Detto questo, continuo a pensare che - dopo l’apprezzabile ed apprezzata decisione relativa al bollo auto - ogni risorsa disponibile dovrebbe essere destinata ad un intervento ulteriore di riduzione della pressione fiscale, con particolare riferimento all’Irpef. Recentemente mi sono anche permesso di suggerire che questo sarebbe il momento per uniformare la tassazione delle rendite finanziarie eliminando il regime di vantaggio per i titoli di Stato. È necessario che aumenti la disponibilità del capitale di rischio e che venga indirizzato verso le imprese, possibilmente innovatrici».
Spostiamoci dall’altro lato. Stesso approccio: cosa funziona a sinistra?
«Qui la questione si fa molto più complicata. Se considerate unitariamente le attuali opposizioni sono una entità largamente indefinita. Indefinita nel programma e indefinita nella leadership. Per essere precisi, indefinita anche nelle modalità con cui scrivere un programma o darsi una leadership. Allo stato l’unico elemento concreto - che certamente deriva da una ferma posizione della base a questo riguardo - è la volontà di non ripetere l’esperienza del 2022. Non sono un esperto ma a volte ho l’impressione che questa indeterminatezza tanto del programma quanto della leadership non sia casuale.
Molti commentatori sollecitano il centrosinistra a darsi qualche obiettivo e un volto ma può essere molto più semplice ritrovarsi in una entità dai connotati sfuocati (salvo che per la volontà di non perdere le elezioni). Il difficile arriva quando l’immagine diventa nitida».
E cosa potrebbe funzionare meglio o non funziona affatto?
«Suppongo che lo spirito “testardamente unitario” del Pd non sia l’anticamera di una resa senza condizioni agli alleati. Se così fosse, per quel poco che è dato sapere, un ipotetico programma dell’opposizione unita potrebbe prevedere un intervento sul sistema fiscale che potrebbe includere anche una qualche forma di patrimoniale, un abbandono della scelta nucleare, l’introduzione di una qualche forma di salario minimo, un incremento significativo della già ampia presenza dello Stato nell’economia. Il tutto nel quadro di una politica di bilancio che non andrebbe fuori strada solo grazie alla vigilanza dei mercati e alle regole Ue. E mi fermo alle cose che conosco meglio tralasciando, ad esempio, la politica estera su cui molto si potrebbe dire. Un programma siffatto esprimerebbe molto probabilmente il comune sentire di molti degli elettori di quella parte politica. Costituirebbe visibilmente un ritorno alla cultura prevalente negli ultimi settant’anni ancora saldamente presente nel Paese.
Temo però che tutto ciò non sarebbe nell’interesse del Paese che al contrario deve negli anni a venire puntare sul settore privato e sulle sue imprese. La frase più preoccupante delle ultime settimane è stata pronunciata da uno dei leader dell’opposizione che ha promesso - forse dovrei dire, minacciato - di fare “tabula rasa” di quanto fatto in questa legislatura. Ecco, al di là del merito dei singoli ipotetici interventi, credo che, nella situazione attuale, aggiungere nuove e massicce dosi di incertezza possa avere effetti deleteri per il Paese nella sua interezza».
Perché le componenti riformiste sembrano faticare nel dare battaglia a sinistra?
«Continuiamo a pensare che ci sia ancora una disputa a sinistra fra cosiddetti massimalisti e riformisti.
Questa potrà pur esserci quando si discute di organigrammi, ma nella cultura della sinistra italiana il riformismo non c’è più da tempo. Da parecchio tempo. E quando è sembrato esserci è solo perché la tattica politica e la situazione internazionale lo suggerivano. Credo che vada ascritto a merito dell’attuale segreteria del Pd il non aver fatto e non fare nulla (o quasi) per offrire una immagine in tutto o in parte diversa dalla realtà. Una realtà che, fra l’altro, culturalmente è diventata negli ultimi decenni molto permeabile alle istanze populiste. Una realtà in cui dubito - con tutta la buona volontà - che possano riconoscersi quelli che solitamente chiamiamo i riformisti».
La campagna elettorale (non sappiamo se lunga sei, nove o dodici mesi) sarà inevitabilmente rumorosa. C’è qualcosa che i giornali, nella fattispecie il nostro, possano fare per sollecitare una discussione costruttiva?
«Direi soprattutto informare. Ho l’impressione che ne sentiremo di tutti i colori e in questo quadro la sfida vera sarà quella di offrire ai lettori la possibilità di farsi una opinione piuttosto che dargliene una».
