IL COMMENTO

Storace su Berlusconi: il mio Cav, la politica ritrovi la profonda umanità di Silvio

“Questi novanta anni non sono passati invano nella storia di una Italia che amava profondamente. Più della ricchezza”

E chi la dimentica quell’ultima telefonata, quell’ultimo comizio... Qualche giorno scoprii che la bugia a Silvio l’avevo detta io: «Presto vengo a trovarti». Avvenne solo per l’ultimo, triste saluto. Fu lui a chiamarmi quel giorno, lo avevo cercato ma non ero più riuscito a parlarci. E invece, dopo quel comizio in video collegamento a Milano, squillò il telefono e sul display c’era scritto “Marta Fascina”. La sua compagna-fidanzata-moglie me lo passò. Quel suo «ciao Francesco» mi fece sperare che si fosse ristabilito nonostante l’assenza fisica dal comizio e la fatica che si vedeva dal video. Un’illusione. Dopo qualche minuto fui io a chiudere la conversazione dicendogli appunto «presto vengo a trovarti». Il «chissà» sospirato tra me e me- la settimana successiva- mi sembrò un epitaffio.

A Berlusconi ho voluto bene e credo che ci sia stata assoluta reciprocità. Perché Silvio era fatto così, capace di affetto che traspariva in ogni sua movenza. Lo notavo anche quando sorrideva a Francesca Pascale, lì a Palazzo Grazioli. I due si amavano e si vedeva nonostante la differenza di età. Certo, con lui ebbi anche momenti di insofferenza, che ripagava con dolcezza. In un’interrogazione alla Camera su Roma Capitale a cui rispondeva il ministro Giuliano Ferrara, Silvio si mise - da premier- sui banchi della destra ad ascoltarmi. Ne fui sorpreso e anche emozionato ai suoi complimenti. In un solo colpo il primo intervento in aula, il sostegno alla mia città, il plauso del leader. Troppa grazia. Fu una lotta la designazione alla sfida per conquistare la regione Lazio. Un altro caro amico scomparso, il suo fedelissimo Paolo Bonaiuti, mi spifferò come lo avevo conquistato dopo le iniziali titubanze. Accadde che per il primo giorno di campagna elettorale- si riempì l’enorme hotel Hilton di tante migliaia di militanti- Paolino mi chiese che cosa mi sarebbe piaciuto che Berlusconi dicesse di me. Memore della battaglia per la candidatura- e lì fu bravo Fini- sbottai: «Dica il contrario di quello che pensa di me». Fu il colpo di fulmine. Politico, s’intende... Fu una cavalcata trionfale fino alla vittoria, stravolgemmo ogni sondaggio.

Mi volle ministro, e io restio perché avevo appena perso le regionali successive. Ancora, la mente piena di ricordi che fanno esplodere il cuore. Ventitré anni di processi e inchieste contro di me non videro mai Silvio deflettere. Non pensava solo alle guerre che subiva lui, e quando mi dimisi da ministro per la bufala del Laziogate strillava al telefono perché non le voleva. Ma io fui irremovibile. Mi «ricompensò» con un’altra candidatura alla regione. In una nuova sfida davvero improbabile dopo le dimissioni di Renata Polverini. Lui considerò giusto farmi riscendere in campo. E tengo per me che cosa diceva a proposito del Campidoglio. Silvio ci manchi è una profonda verità. La politica ritrovi la sua grande umanità. Questi novanta anni non sono passati invano nella storia di una Italia che amava profondamente. Più della ricchezza.

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