Per un mese, un’eternità nel calendario isterico dell’informazione, Reggio Calabria non è stata Reggio Calabria. È stata la Sassonia, Weimar, l’Ohio, Los Alamos, Caporetto, Waterloo, le Termopili, tutto compresso fra lo Stretto e una scheda per eleggere un deputato al posto di un altro. Il generale Vannacci avrebbe aperto la coalizione di governo come un mollusco bivalve a colpi di patriarcato mediterraneo, il campo largo si sarebbe infilato nella fenditura e Giorgia Meloni avrebbe scoperto di non poter vincere più nemmeno la tombola di Natale.
I giornali amici della sinistra avvertivano che Futuro Nazionale era destinato a «fare male al centrodestra», anzi a «far perdere». Circolava un sondaggio «riservatissimo» secondo il quale il candidato buono e giusto Frank Benedetto aveva compiuto per virtù vannacciana il balzo messianico. Non solo il classico testa a testa immaginario: addirittura un punto sopra il favorito Fabio Roscioli. Repubblica suonava l’«allarme rosso», la debacle nel fortino avrebbe provato che il centrodestra era spacciato. Terminato lo spoglio, Benedetto non stava un punto sopra. Stava quattordici punti e quarantatré centesimi sotto. Roscioli, il «paracadutato» romano, prendeva il 51,02 per cento, mentre Domenico Giannetta, ex capogruppo forzista e mister preferenze arruolato per il «sabotaggio» vannacciano, si fermava al 10,94.
Avviene allora il miracolo calabrese, più agile di san Francesco di Paola che attraversa il mare sul mantello. Il prodigio del paraguru giornalistico. Ciò che il giorno prima doveva cambiare la politica italiana, il giorno dopo si ritira tipograficamente tra riquadrini e spallette. Dopo un mese di detonazione prossima ventura della maggioranza, Domani informa che le elezioni «sono finite come da pronostico iniziale» e Vannacci non ha sfondato «nonostante il clamore nelle settimane della vigilia». Il clamore. Meraviglia atmosferica. Si forma da sé come la nebbia sul Tamigi, il monsone nel Bengala, lo scirocco sulle Eolie. Nessuno lo fabbrica né lo titola né gli offre la prima pagina. Entra in redazione, detta i pezzi, sceglie le fotografie, chiude l’edizione e, consumato il servizio, sparisce nella grotta barometrica senza lasciare alcun recapito.
La Storia universale di Bossuet impiegava secoli per traslocare da un impero all’altro.
Ai giornali presentabili bastano poche ore per passare dall’Apocalisse al vuoto cosmico. L’«onda nera», emergenza internazionale a testate unificate, viene riassorbita senza aver mai lambito la Penisola, l’Aspromonte, neppure le spiagge reggine. Il generale, nuovo Mussolini fino al voto, è già retrocesso a «flop» e «variante macchietta» nel commentariato della Stampa. Meloni non è in frantumi.
Il governo nemmeno.
Vannacci aveva promesso la Sassonia, evocando l’Afd e una messe di consensi sideralmente superiore a quella raccolta. Però faceva campagna elettorale. Il suo mestiere è vendere il cavallo come Bucefalo, la consultazione come Gaugamela, il candidato di provincia come Alessandro Magno. Il giornalismo dovrebbe stare dall’altra parte del banco, guardare denti, ferri e zoccoli dell’animale. Non galoppargli accanto proclamando il Reich e poi, trovata a urne chiuse la temibile bestia dalla bardatura putiniana che bruca quietamente, spiegare che era solo un ronzino e lo si sapeva.
A questa specialità potremmo dare un nome: retroprofezia, la divinazione infallibile ex post del passato. Gli antichi avevano Cassandra, condannata a prevedere il futuro senza essere creduta. Noi possediamo sacerdoti più evoluti.
Riempiono la vigilia editoriale dei propri desideri, li promuovono a tendenza, sondaggio, smottamento, e quando il sito del Viminale presenta l’esatto contrario, sanno perfettamente perché non poteva che finire così. Naturalmente, non sbagliano mai previsione, perché la sostituiscono dopo l’uso. La profezia giornalistica ha il vuoto a rendere, preferibilmente col favore delle tenebre.
E tuttavia il crollo del centrodestra esiste, con la maestà delle grandi rovine. Quattro mesi fa a Venezia, altra epica spallata annunciata da Schlein e compagni e rimasta col braccio a mezz’aria, la coalizione ottenne il 51,03 per cento. A Reggio Calabria, stavolta sotto l’offensiva appaltata al generale, in odore di fascismo nel racconto ma tifato neanche troppo segretamente da certi antifascisti di professione, ha preso il 51,02. Dal 51,03 al 51,02. Un centesimo di punto a quadrimestre. Meloni a casa. Se il collasso mantiene questa velocità, la disfatta è solo questione di decenni.
