Politica

Marino resiste e non si dimette. Per ora

La mossa extra del sindaco: farsi sfiduciare dai partiti «corrotti» Fibrillazione nel Pd. Orfini convoca i consiglieri: la linea non cambia LA DIFESA «Ho pagato di tasca mia»

Lo ha ripetuto tre volte, tanto per essere chiaro: «Quando il 12 ottobre scrissi una lettera alla presidente dell’Assemblea Capitolina Valeria Baglio dissi che, così come prevede la legge, scrivevo la mia lettera di dimissioni prendendomi 20 giorni per fare le opportune riflessioni e verifiche. Ed è quanto ribadisco oggi: in questi 20 giorni mi riservo di riflettere e verificare». Lo dice con piglio e convinzione il sindaco Ignazio Marino, meditando forse una vendetta nei confronti di quella politica, di quei partiti che disprezza al punto tale da ritenere «vergognosi» gli esposti di due forze politiche, elette dai cittadini, come il Movimento 5 Stelle e Fratelli d’Italia. Una conferenza surreale, che ha mandato in fibrillazione praticamente tutta la città, prestando il fianco a un balletto che, onestamente, la Capitale non merita. È chiaro infatti che il sindaco andrà in Assemblea capitolina a riferire. Probabile che lo faccia dopo aver ritirato le dimissioni, magari un paio di giorni prima la scadenza del 2 novembre. L’obiettivo è desolatamente semplice: uscire da sindaco sfiduciato da partiti «corrotti» e non per aver speso in modo «non conforme» i soldi dei cittadini. Un passaggio delicatissimo che rischia, a questo punto, di avere una sola vittima: il partito democratico. Un concetto che i dem capitolini hanno ben chiaro. Il commissario del partito, Matteo Orfini, ha infatti convocato d’urgenza i consiglieri comunali, per ribadire che la linea resta quella «già decisa». Ovvero, qualora il «marziano» ritirasse le dimissioni, si procederebbe a una mozione di sfiducia. Ed è proprio su questo che puntano le opposizioni: costringere il Pd a mandare a casa il proprio sindaco, certificando il fallimento politico di un’intera classe dirigente. Non solo le opposizioni però. Sel, con il capogruppo Gianluca Peciola, è tornato ieri a chiedere con forza al sindaco di riferire in Aula, di «presentarsi con proposte concrete, chiarire l’accaduto e dire come intende far ripartire la città». Una porta aperta, che tuttavia, il leader Sel, Nichi Vendola, ha "socchiuso": «Il problema è che Marino, per superficialità o non so che altro, ha ferito e lesionato il suo rapporto con la città e questo è un punto difficilmente removibile. Vedremo, ma credo che il fatto che Sel possa appoggiare una eventuale ricandidatura di Marino sia un’eventualità abbastanza remota». Remota ma non impossibile. Nell’eventualità di una ricandidatura del chirurgo dem appoggiata da Sel, il consenso elettorale di questo schieramento potrebbe facilmente sforare il 7-8 per cento. Decisivo al ballottaggio, che ci arrivino i 5 Stelle o lo stesso Pd. Affila le armi il leader della Civica, Alfio Marchini, che commenta laconico: «Aspettando il "Dream Team", va in onda Nightmare». Un «gioco» squisitamente elettorale al quale la politica, per sopravvivenza, si presta. E in tutto questo, «il gallo» deve ancora cantare.     I PRECEDENTI Da Chiodi a Delbono, chi è caduto sulle cene «False le firme sugli scontrini, ero all’estero. Esposti vergognosi. Non sono indagato». Tra rimborsi e veleni, di fronte ai pm, Marino scarica sulla segretaria e poi riflette sulle dimissioni. Vedremo se le spese effettuate con la carta di credito comunale porteranno davvero all’epilogo della pedalata in discesa del primo cittadino della Capitale. Roma, nel frattempo, può consolarsi. In Italia gli scontrini-gate hanno fatto storia. Comunque quando capitano di mezzo casualmente pure assistenti, amanti, segretarie e altro, c’è da dire, con buona pace del sindaco "marziano" in Campidoglio, che le dimissioni sono certe. Governatori finiti (letteralmente) su spese pazze, sindaci messi spalle al muro per ricevute fiscali che fanno arrossire, capigruppo costretti a capitolare per rendiconti da furbetti, i casi che non si contano dipingono a tinte forti il quadro delle istituzioni del Belpaese diventate mangiatoie o giù di lì. In soldoni, se non della segretaria, quando si solleva il vaso di Pandora, la colpa è matematicamente sempre di qualcun altro. Al sindaco di Bologna Flavio Delbono, ad esempio, è toccato il Cinziagate. Travolto dalle rivelazioni dell’ex fidanzata-segretaria ha dovuto mollare la carica. Dopo solo sette mesi, trascinando nel fango il Pd. Rimborsi viaggio, trasferte non contemplate o non giustificate a dovere hanno fatto scivolare a gennaio 2014 anche la Regione Abruzzo e il suo governatore Gianni Chiodi, insieme a praticamente tutta la giunta, nel malcostume delle spese pubbliche. Indagato nell’inchiesta della Procura di Pescara su irregolarità di fatture per rimborsi di missioni, fra pranzi luculliani e l’amante, "sistemata" in Regione, portata nel luxury Hotel del Sole. La stessa che a chi poi gli chiedeva di dimettersi rispondeva chiedendo le dimissioni del suo ex amato governatore. Per lui inchiesta archiviata.   Spese senza adeguate "pezze" d’appoggio hanno costretto alle dimissioni il presidente del consiglio regionale ligure Rosario Monteleone dell’Udc. Correva l’anno 2013. Disse: «Me ne vado con l’amarezza di sapere che qualcuno mi ha voluto vigliaccamente colpire alle spalle». Roberto Cota in Piemonte, andato vicino alle dimissioni da governatore, decise nell’aprile del 2014, di restituire il maltolto (i soldi di mutande e ristoranti) per il caso dei falsi scontrini. La colpa? «Dei giornali». Un po’ come Marino, tranne che lui i giornali li usa «per incartare pesce e uova». Mettiamoci pure le indagini della magistratura sui consiglieri del Pirellone all’oscuro che non hanno risparmiato alcun partito. Passando per la Polverini compromessa dall’ex capogruppo Pdl Fiorito. Lo stesso, commentando con Il Tempo i fatti romani, ha risposto senza scomporsi: «Più di qualcuno sapeva».

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