Ma state scherzando? Accendo un telegiornale, passo a un talk show, e per un attimo ho il dubbio di essermi sintonizzato su Crozza. Solo che lì si ride apposta.
I rudimenti della comunicazione li ho appresi all’Ufficio stampa e propaganda del PCI. Lì ho le mie radici, ed è lì che ho imparato la regola: una tesi senza prove è un volantino, e un volantino smentito dalla realtà torna indietro come un boomerang. Da otto mesi c’è chi la ignora con metodo, e ogni volta annuncia un funerale.
L’equivoco del referendum
Cominciamo da marzo. Il 22 e 23 gli italiani bocciano la separazione delle carriere. Un voto democratico, chiaro, preciso, su una riforma della giustizia. Ma qualcuno decide che quel No è un’altra cosa: uno sfratto. Partito democratico, Cinque Stelle, Avs, con il coro di intellettuali, giornalisti, politologi ed esperti in ogni uniforme, ci spiegano per settimane che il ciclo di Giorgia Meloni è finito. I sociologi della disperazione confermano il quadro. Inevitabile, dicono.

Poi arrivano le amministrative di maggio. A Venezia, che doveva essere la prova del declino, il centrodestra vince al primo turno con Venturini oltre il 51%. Una stampata sul muso, e chiedo scusa per l’immagine.
La stagione Vannacci
Allora si cambia copione. Arriva la fase Vannacci. Il generale diventa un fenomeno mediatico, e un fenomeno mediatico, se lo nutri ogni sera, esplode nei sondaggi. A giugno una rilevazione lo dà davanti alla Lega. Chi gli ha fatto la campagna pubblicitaria? I giornali e le televisioni che si oppongono a Meloni. La tesi era elegante: Vannacci erode il centrodestra, quindi Meloni è finita. Solo che Vannacci il centrodestra lo combatteva da fuori. È bastato il tempo perché gli italiani capissero il meccanismo, e di Vannacci oggi non parla più nessuno. Nemmeno Vannacci.
La rabbia delle periferie
Terzo atto, ottobre. Il disagio giovanile, i maranza, le razzie nei centri cittadini, le tensioni sull’ordine pubblico. Ecco che le immagini di Milano vengono cucite a quelle della Francia e della Germania, come se fossero lo stesso fenomeno. Non lo sono. Le banlieue hanno storie, numeri e ferite diverse dalle nostre periferie, e chiunque abbia letto due libri sull’argomento lo sa. Ma serviva l’ennesima lettera di sfratto, e la lettera è partita.
Che cosa dicono i numeri
Risultato? Tutti i sondaggi che pubblichiamo questa settimana su Il Tempo, cinque istituti, dicono la stessa cosa. Giorgia Meloni è sui suoi massimi, è la leader più apprezzata, e Fratelli d’Italia viaggia fra il 27 e il 29%, sopra il risultato delle politiche. La coalizione non è sempre in vantaggio: in alcune rilevazioni è in parità e, dove non lo è, resta sempre dentro il margine d’errore. Aggiungo una cosa che chi fa questo mestiere conosce bene: quelle indagini sommano partiti, e una campagna elettorale non la fanno solo i partiti. Il peso personale di Meloni lì dentro si misura solo di sponda. Non sarebbe la prima volta che il centrodestra, nelle urne, supera anche le previsioni migliori.
Le difficoltà ci sono, in un Paese contratto e schiacciato da questioni internazionali che hanno generato crisi mondiali, crisi che tutti i Paesi occidentali hanno faticato ad affrontare. È un momento difficile anche per i partiti. La Lega ha i suoi problemi, Forza Italia ne ha altri. Ma nessun dato, nessuno, mette fuori gioco l’attuale governo, che chi lo ha votato e continua a votare Meloni considera probabilmente la risposta migliore a questa fase della nostra storia. Altrimenti non si spiegherebbero i risultati elettorali e politici di Giorgia Meloni e del suo governo.
Il quinto funerale
E arriviamo a ieri. Trump perde, e perde male. Paga le sue scelte. E indovinate? Leggiamo questo: «Il voto americano interroga Giorgia Meloni.» Cambio di fase, l’aria che gira, il vento che volta. Non volevo credere a quello che leggevo. L’ho letto due volte, poi tre. Perché era incredibile che, per la quinta volta, si usassero le stesse parole già usate e riusate, come se non ci fosse memoria. Come se non ci fosse storia. Ma com’è possibile, mi sono domandato.
Eppure il legame fra Meloni e Trump è stato già consumato, e in pubblico. A giugno, dopo il G7, Trump raccontò che Meloni lo aveva «implorato» per una foto. Lei rispose che non aveva mai implorato nessuno, né lei né l’Italia, e gli suggerì di occuparsi della propria popolarità invece che della sua. Non un retroscena, non una voce di corridoio: una replica in chiaro a un presidente degli Stati Uniti, con un tono che neanche l’opposizione più dura aveva mai usato. E aveva ragione.
Il bello è che quattro mesi fa a raccontarlo erano gli stessi di oggi. Allora titolavano che Trump l’aveva scaricata, che Giorgia aveva rotto con Washington. Oggi scoprono che la sconfitta di Trump è la sua sconfitta. Le due cose insieme non stanno in piedi. O lei è la vassalla di Trump, o è quella che lo ha mandato a quel paese davanti al mondo. Scegliete, ma sceglietene una.
La domanda che resta
Qual è la strategia, allora? Riempire pagine? Tenere sveglia la propria tribù, sapendo che la partita si gioca altrove? Lo capisco, è umano. Ma a forza di annunciare un funerale che non arriva, il morto smette di essere lei e diventa la credibilità di chi lo annuncia.
La realtà è più forte della propaganda. Su questo siamo d’accordo. Vale per Trump. Vale anche per chi da otto mesi scambia i propri desideri per un’analisi.
Se la strada per battere Giorgia Meloni è questa, con questi editoriali, questi intellettuali, questo metodo, allora mettiamoci comodi. Ce la terremo per i prossimi cinquant’anni.
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