Non si spegne l’eco del clamoroso «coming out» di monsignor Charamsa, il teologo polacco della Congregazione per la dottrina della fede che alla vigilia del Sinodo sulla famiglia ha sbandierato al mondo la sua omosessualità. Tuttavia, se uno dei suoi obiettivi dichiarati era quello di «buttare in faccia» ai padri sinodali la necessità di affrontare la questione dei gay (con modalità senz’altro discutibili), l’uscita del sacerdote rischia non solo di avere scarsa influenza sul dibattito ma addirittura di trasformarsi in un boomerang. È il parere di don Saulo Scarabattoli, parroco a Santo Spirito di Perugia e cappellano del carcere umbro, uno dei due (l’altro è un parroco triestino) che il Papa, per la prima volta, ha voluto tra quanti avranno voce al Sinodo: «Le parole di mons. Charamsa non porteranno in primo piano la questione delle unioni gay - ha detto - I Padri sinodali ovviamente prenderanno atto della situazione ma ricordo che all’attenzione pastorale alle coppie omosessuali sono riservati solo 3 articoli su 147 dell’Instrumentum laboris. E, dunque, credo che sarà un tema secondario. Il gran rumore sarà fuori, a livello mediatico - assicura il parroco che parlerà nell'ultima sessione - Prima i Padri sinodali tratteranno della famiglia, della situazione sociale e della questione dei divorziati risposati». Don Scarabattoli non esita a considerarsi «un progressista ma voglio ricordare che sia per gli omosessuali che per gli eterosessuali resta la proposta cristiana che dice chiaramente che la risposta sessuale è soltanto all'interno del matrimonio, che è quello tra un uomo e una donna». E la presunta «lobby gay ai vertici della Chiesa»? «Premetto che rifiuto la dietrologia - frena il parroco - Saprà Charamsa, in ogni caso, se ha risposto alla lobby. E se così fosse, ne risponderà davanti al Signore». Sulla stessa linea il pensiero di Cesare Mirabelli, docente di Diritto ecclesiastico e presidente emerito della Corte Costituzionale, secondo il quale «questa uscita molto vigorosa e originale fa dubitare che sia una cosa preordinata ma modi e tempi non cambieranno l'agenda del Sinodo come non ne determineranno i contenuti». «Questo outing non è stata una uscita simpatica alla vigilia dell'Assemblea sinodale - osserva Mirabelli - ma non credo che verrà tolta serenità alla discussione». Quanto alla lobby gay in Vaticano, Mirabelli è cauto: «Quando in ballo ci sono cose di questo tipo è sempre difficile stabilire con certezza il chi, il come e il quando. Di certo, ci sono delle pressioni ma mi pare che quello utilizzato non sia uno strumento efficace. Già lo scorso anno i vescovi hanno avuto un momento di consultazione, c'è stato anche il coinvolgimento di laici, e credo che anche in questo Sinodo si discuterà in tutta libertà. Ecco perché ritengo che questo spintonare non raggiungerà risultati». Il giurista dice con chiarezza che «la dignità delle persone è fuori discussione. Non ci si dividerà sui diritti individuali». Una posizione ampiamente condivisa, come dimostrano le parole di Papa Francesco. «Mi pare che il binario sul quale ci si sta muovendo sia come mantenere ferma la riflessione teologica dei principi, tenendo conto delle nuove sfide sulla famiglia. Il Sinodo poi - conclude - è un istituto collegiale e consegnerà le riflessioni al Papa che avrà l'ultima parola».
Ma l’outing del teologo non cambierà il Sinodo
Uno dei parroci nominati tra i Padri: «L’omosessualità è un tema secondario»
