Ieri alle Camere Giorgia Meloni ha dato prova di saper comunicare. Comunque la si pensi, c’era tutto: qualità espressiva, tempi, contenuti, identità, valori, e un palcoscenico sfruttato al massimo. Ha preso le distanze da Trump («il gas russo costa meno ai russi, non agli italiani»), ha liquidato il trasformismo dei vannacciani e ha consigliato al campo largo di mettere d’accordo Magi e Fratoianni prima di Putin e Trump. Di fronte, avversari balbettanti che le davano il destro per infierire.
Anche per questo, dopo quattro anni, Meloni corre per il rinnovo del mandato. I sondaggi, anche i più restii, cominciano a correggersi: oggi, a denti stretti, danno le coalizioni sostanzialmente alla pari. Noi lo diciamo da mesi. Il centrodestra non paga le difficoltà di Forza Italia né la sfida Giorgetti-Salvini; la premier guida le classifiche di fiducia, il suo partito è primo, nonostante un quadro internazionale durissimo che pesa su bollette e spesa. Merito suo e della sua squadra, certo. Ma c’è anche un concorso, e porta la firma dell’opposizione.
In fisica l’entropia è la tendenza di un sistema a disperdere energia. In politica ha un indirizzo: il campo largo. A marzo il No al referendum sulla giustizia aveva preso il 53,7%, prima vera sconfitta di Meloni. Poi la sinistra ha aperto tutte le finestre.
Ecco gli errori suicidi del campo largo: un’analisi tecnica, senza ideologia né prese di posizione politiche. Prima la foto dei quattro leader al tavolo, «Al lavoro per cambiare l’Italia»: Calenda chiede se Renzi sia finito sotto il tavolo, e per giorni si parla di chi manca. Poi la crociata contro Renzi: veti di Conte e Bonelli, una petizione «Meglio stretto che Renzi», e un leader da pochi punti diventa il protagonista dell’estate. All’elettore moderato del No di marzo arriva un messaggio limpido: qui non c’è posto per te.
Alla leadership del centrosinistra i danni maggiori li fa il centrosinistra. La leader naturale sarebbe la segretaria del Pd, ma Conte non ci sta e i padri nobili non la aiutano: D’Alema rimprovera alla sinistra di parlare di alleanze, leadership e regole invece che di lavoro. Così Schlein, quella che non avevano visto arrivare, spiega che hanno provato a farla fuori: chi parla di sopravvivenza ha già perso il racconto. Il dem Sensi chiama Conte «il Vannacci del campo largo»; Conte risponde all’«uno non vale uno» con primarie che decidano perfino sull’Ucraina. Due campagne in fila: prima contro l’alleato, poi contro l’avversario.
Le tende: Giovani democratici, Udu, leader in processione. Il problema della casa esiste, ma ai ragazzi andrebbe raccontato da dove nasce. Da una parte un governo che, con la Bernini, ha portato i fondi per l’università al record di quasi 10 miliardi e ottenuto oltre 63mila posti letto, non certo ai prezzi che raccontano. Dall’altra, quale proposta? E cosa hanno fatto dieci anni di centrosinistra prima di Meloni? Accendere una miccia alla francese è irresponsabile e, sul piano comunicativo, fuori luogo, inefficace, sbagliato. Con l’inverno la partita si chiuderà mestamente.
Sul sessismo la sinistra ha bruciato in mesi un patrimonio di decenni. Il grillino Silvestri evoca in aula una Meloni «con le ginocchiere» davanti a Trump, e i suoi accusano la maggioranza di strumentalizzare. Landini l’aveva chiamata «cortigiana» di Trump: ieri la cortigiana a Trump ha detto no. Paola De Micheli ha detto la cosa giusta ed è rimasta sola.
Il programma Avs, quindici punti al voto online: patrimoniale sopra i 5 milioni, Irpef unica anche sulle rendite, ritorno dell’abuso d’ufficio, addio alla caccia, meno allevamenti, stop ai voli Milano-Roma. È il manifesto della sinistra delle tasse e dei divieti, servito alla destra già impaginato. Ribattezzare la patrimoniale «contributo di solidarietà» è una confessione: la parola spaventa, e si cambia l’etichetta anziché la proposta.
Intanto la coalizione, senza candidato né programma, litiga sul nome: Apa per Bonelli, Alleanza per la Costituzione per Conte. Nel branding prima si fa il prodotto, poi lo si battezza. Aggiungete Napoli semivuota e Padova rinviata.
Ecco la rappresentazione entropica della realtà: un’Italia allo sfascio, in emergenza perenne. Ma se tutto è catastrofe, niente è prioritario: salari, casa, Gaza, Ucraina, Rai, Costituzione, tutto ugualmente urgente. Rumore bianco. L’elettore riceve un’ansia invece di un’alternativa, e chi è in ansia cerca chi gliela tolga. Meloni offre un ordine, la sinistra calore disperso.
La maggioranza di marzo forse esiste ancora, ma per non dissiparla serve un cambio di paradigma. La vecchia logica propagandistica, per cui tutto ciò che fa l’avversario è sbagliato, non funziona più. La demonizzazione, trattare da nemico chi non è del proprio campo, parla ai convinti e allontana gli altri. Chi vuole competere deve riconoscere all’avversario ciò che fa bene e batterlo dove sbaglia. Poi servono un candidato, un programma da spiegare in un minuto e la virtù più rara a sinistra: tacere sul resto. Altrimenti la termodinamica farà il suo corso, e alla destra basterà raccogliere.
