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Politica

Trasformismo e autogol L’epidemia colpisce tutti

Da Alfano a Verdini: tutti sul carro di Renzi E chi non se ne va litiga senza idee e progetti

In fondo a destra lo sfondo non è dei migliori. In fondo, si potrà dire, in fondo a destra ancora qualcosa sopravvive. Ancora qualcosa, e non solo la gatta, cova sotto la cenere e le macerie del «crollo» (lo mettiamo educatamente tra parentesi) del berlusconismo. No, aspettate, l’ultima frase conviene scriverla col punto interrogativo, è meglio. Il punto interrogativo è legittimo e legittimato dal fatto che nell’area di pascolo politico del centrodestra, e ancora di più di quella che fu solo la destra, da quattro anni più o meno, ovvero dalla fine fragorosa del governo Berlusconi (abbiamo visto poi) ingiustamente sbertucciato da tecnocrazie europee e finanza internazionale, è da quattro anni che in questo luogo un tempo centrale non accade nulla di significativo o nobile o culturalmente interessante. Questo vuoto è così clamoroso, questo silenzio delle idee e delle linee politiche è così assordante che alla fine, senza che qualcuno si sia ancora interrogato sulla portata istituzionalmente devastante di questa ipotesi, potremmo attenderci alle prossime elezioni politiche una contesa tra Partito democratico e MoVimento 5 Stelle per il governo del Paese, con le armate del centrodestra affacciate a ranghi ridottissimi a guardare lo spettacolo godendo del misero premio del «diritto di tribuna». Ebbene, in questo deserto di idee e politica lo sport preferito - posto che tutti tifano perché il governo Renzi arrivi fino a fine legislatura - non è quello di rianimare le sinapsi e la fisiologia di un corpo politico in decomposizione, ma quello di capire come «salvarsi», pararsi, prepararsi a sopravvivere nel migliore o meno peggio dei modi alla tempesta politica scoppiata nel triangolo delle Bermuda politiche: renzismo, grillismo, salvinismo. Fuori da questo perimetro è ancora notte o tutt’al più lotta per la sopravvivenza. E quando lotti per sopravvivere - in termini di carriera politica - le regole dell’appartenenza e della buona educazione politica vanno facilmente e velocemente in malora. Come si dice, primum vivere. Ed ecco qui che accade l’inevitabile, l’irreparabile, l’incontenibile: arriva il «trasformismo". Traduciamo: passare da un partito all’altro, da uno schieramento politico all’altro, da un gruppo parlamentare all’altro per ragioni che la propria coscienza addomesticata e i propri comunicati stampa cercano di contrabbandare col blasone della scelta motivata per principi, valori, progetti e vattelapesca, ma che spesso nasconde quel sentimento così umano, così teneramente umano, che si chiama sopravvivenza. Prendiamo il centrodestra auto-dichiarato o quello che ne rimane, e fermiamoci ai gruppi parlamentari (i partiti così definibili sono due, Forza Italia e Fratelli d’Italia, e ognuno a modo suo ha il suo bel da fare per ricordarci che esistono). C’è un pezzo di centrodestra che si definisce «nuovo» e governa col centrosinistra. C’è un pezzo di centrodestra che il senatore Verdini - lo stesso, ricordiamo, incaricato di sfilare parlamentari a Gianfranco Fini all’epoca del conflitto con Berlusconi - si sta incaricando di assestare in Parlamento in appoggio o non-opposizione al governo Renzi. C’è un altro pezzo di Forza Italia che Raffaele Fitto ha deciso di collocare non si sa bene dove, incontrando un altro ronin stavolta della Lega Nord come Flavio Tosi. In termini politologici questo si definisce processo di frantumazione di una coalizione o di un partito. O di destrutturazione. Formule a parte, la realtà è che - lo si dica con tutto il rispetto per quell’umanissimo sentimento che è l’autotutela - questo tipo di fenomeni accade quando un progetto politico scoppia e poi implode senza che qualcuno abbia la forza di rianimarlo in termini di impegno, volontà, partecipazione, leadership. In questi casi il trasformismo è l’inevitabile conseguenza di chi progetta come organizzarsi una pensione onorevole. Verdiniani, fittiani, alfaniani, indefinibili con gli strumenti dell’analisi politica. Una destra pensionistica, fatti salvi pasdaran encomiabili come Maurizio Gasparri o talenti come Giorgia Meloni, che meriterebbe di misurarsi in un partito più grande senza bisogno di salire sul palco di piazza del Popolo con Matteo Salvini. Il resto, quello che con un velo di malinconia osserviamo in Parlamento, è una serie di scissioni, passaggi, conversioni, folgorazioni, uscite e rientrate che i regolamenti di Camera e Senato rendono possibili ma che per i non addetti ai lavori risultano inspiegabili. Segno che, al netto di gruppi e gruppetti, il processo di disfacimento di quella che fu maggioranza politica in Italia è in pieno svolgimento, il che non fa bene alla democrazia, consegna milioni di italiani nelle braccia calde del populismo, e non possiede nemmeno l’aria eroica e crepuscolare dell’«ultima raffica». Un punto zero che lo scatenamento del trasformismo colora di tinte tristi, colori da ultima spiaggia inquinata dove però tutti vogliono farsi il bagno. In attesa che finalmente qualcosa accada, nel campo della politica di partito e della cultura politica, dobbiamo per forza assistere a questi tristi fenomeni di transumanza che, tra l’altro, accadono in una fase storica di Pensiero Unico Renzista che non fa bene a nessuno, nemmeno allo stesso Renzi, e che invece avrebbe bisogno di un serio e sodo conflitto democratico tra sinistra e Destra. Avrebbe, ecco.

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