Politica

La destra vota a sinistra e viceversa Le «sliding doors» della politica

Più che una cronaca politica sembra un episodio di "Beautiful", uno di quelli in cui Ridge lascia Brooke e si fidanza con Jackie

Più che una cronaca politica sembra un episodio di "Beautiful", uno di quelli in cui Ridge lascia Brooke e si fidanza con Jackie, Bill impazzisce per Pamela e Rick porta un fascio di rose a non si sa bene chi. Questo è il panorama all’alba della ormai leggendaria riforma del Senato e di tutto il resto del «pacchetto» Boschi. La politica si è completamente capovolta: Verdini e Alfano votano per Renzi, mentre i minorati del Pd si alleano con Berlusconi che, fino a prova contraria, per loro era peggio dell’uomo nero. E il cittadino qualunque, quello che, secondo le statistiche, qualche tempo fa non arrivava alla fine del mese e ora non arriva nemmeno al quindici, si domanda perché il Senato non lo aboliscono e basta. E a poco servono le spiegazioni di coloro che tentano di affermare che, vabbè, in fondo la situazione non è poi così strana, come il senatore della minoranza Pd, Federico Fornaro: «Accomunare i 17 emendamenti sulla riforma costituzionale presentati al Senato dalla minoranza Pd con la scellerata iniziativa della Lega, autrice di oltre 500.000 interventi emendativi, rappresenta un goffo tentativo di mistificazione della realtà e una maldestra manovra per sfuggire al merito delle questioni». E Fornaro precisa: «Il governo, poi non dovrebbe dimenticare che le riforme sono da sempre affidate alla dialettica parlamentare ed è sbagliato caricare di significativi anti-governativi una naturale e costituzionalmente corretta iniziativa dei parlamentari». Però vedere tutto questo come normale «dialettica parlamentare», comincia ad apparire alquanto difficile: perché se, come si legge nel Vangelo, l’albero si vede dai frutti, non si riesce a capire cosa potrebbe uscire da tutto questo. Certo non quel «paese normale» che i nostri imprenditori hanno chiesto a gran voce a questo governo e ai numerosi che l’hanno preceduto. Certo non un Paese con una struttura burocratico-amministrativa più agile, meno costosa e, soprattutto, che smetta di tormentare tutti quelli che ogni mattina si alzano cercando di mantenere a livelli decorosi quel Pil che la politica continua a fare di tutto per ammosciare. La domanda, quella spontanea e inquietante è: ma se casca Renzi, dopo cosa succede? «Si rischia di consegnare l’Italia a Grillo e Salvini», brontola Debora Serracchiani. Per la vice segretaria Dem, intervistata da Repubblica un Nazareno 2 è impensabile, però... «dobbiamo parlare con tutti. Intendo proprio con tutti». E Verdini? Se sarà decisivo entrerà in maggioranza? «Questo lo escludo. E d’altra parte - risponde la Serracchiani - sul resto dei provvedimenti ha sempre votato contro». Si può escludere un patto di governo con Forza Italia? «Avremo i numeri. Se altre forze voteranno le riforme, questo non cambierà la maggioranza parlamentare. Duemila volte questo partito doveva crollare. Siamo qui», ribatte la governatrice del Friuli Venezia Giulia, che dà una stoccata alla minoranza del Pd: «è accaduto spesso in passato che a sinistra si sia lavorato per abbattere la leadership». «Stavolta però le riforme sono epocali, come le responsabilità. Di tutti. Occorre senso di responsabilità, non veti. Altrimenti si danneggia non il Pd, ma il Paese». Sì però il Paese attende un pacchetto di riforme che, fatti i debiti calcoli, potranno arrivare solo attraverso un percorso dell’esecutivo nelle sabbie mobili, con l’ausilio di maggioranze liquide e variabili e grazie ad una serie di equilibrismi che se riusciranno a Renzi, e il se è grande come tutto il Senato, il premier si potrà offrire come attrazione per il circo a tre piste. Francesco Giro, senatore di FI, la vede così: «Il Pd non ha più i numeri in Senato. Basta conoscere l’aritmetica e non la matematica per capire che sono sotto di quasi 10 voti sull’emendamento Gotor sul Senato elettivo che noi voteremo a occhi chiusi. Quindi, è tutta una manfrina. Renzi cederà. Non ci pensa proprio al voto anticipato. Ha capito che la sua grande occasione sarà il congresso rivoluzionario per il nuovo Pd del 2017». E ancora: «Sarà il suo modo per celebrare il centenario della Rivoluzione d’ottobre. E non è detto che perda la sua sfida politica e per questo noi di FI con Berlusconi lavoreremo per la nostra di rivoluzione, quella liberale di un grande partito popolare di centro e centro destra. E Berlusconi - conclude - accenderà i motori come Renzi. In questo sono simili».

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