Nell'Italia di oggi c'è puzza di unanimismo. I bambini non lo sanno (tranne, forse, quelli «super», intervistati nel film di Walter Veltroni) ma dopo le lacrime televisive di Fabio Fazio, nella serata sulla Liberazione, in diretta, su Rai Uno, non ci resta che piangere. Piangere per l'agiografia postuma, non di una nazione bensì di un mito, la Resistenza appunto, costruito dopo (e non prima) il 1945 ed una tragica guerra civile. Persino nella sua canzone simbolo, «Bella Ciao», scelta a posteriori per dare un senso comune e nazionale a ciò che ne aveva solo in parte. Anziché trovare una continuità tra il Risorgimento, la Grande Guerra del 1915-18, il fascismo, con i suoi tragici errori, la sconfitta ed il dopoguerra, i vincitori han pensato bene di ghigliottinare la storia. Il racconto televisivo di Fazio e dei suoi convitati alla celebrazione del Bene - da Roberto Saviano a Pif, da Antonio Albanese a Marco Paolini, da Francesco De Gregori a Ligabue - questa liturgia unica delle coscienze l'hanno cullata per un paio di ore e più, sotto il Quirinale, lasciando fuori tutto il resto. Perché l’unanimismo non vuole contraddittorio, neppure tiepide discussioni, l’unanimismo si mette in scena seguendo i canoni del monologo, sale sul pulpito, laico ma solo perché non indossa la tonaca. Si celebra e si predica, e il racconto è destinato a fare da semplice involucro. Ciò che conta, come meccanismo, è l’affabulazione. E poco importa che in questo fare tv il risultato sia un pensiero unico, di tendenza, come diceva tanti anni fa il poeta Pier Paolo Pasolini usando una parola specifica, omologazione. Tutti dentro, i buoni, in un circuito dove non si assaporano più i contrasti della vita e della storia, fatti di sangue e di merda, di bene e di male. Sul «Corriere della Sera», contro la televisione e il rischio omologazione, in tempi non sospetti Pasolini scrisse che «la responsabilità della televisione è enorme (...) in quanto strumento del potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. È il luogo dove si concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. (...) Non c’è dubbio che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo». I bambini non lo sanno (tranne quelli del film di Walter Veltroni) ma questo Paese si è insanguinato con una guerra civile fratricida, e il giorno seguente al 25 aprile 1945 non ha chiuso la propria transumanza col dolore, nonostante sian diventati tutti antifascisti di colpo. Perché la vita non è un «Che tempo che fa», un «Quello che non ho», un «Vieni via con me» e non trascorre seduta in poltrona, o in piedi, tra luci e scenografie belline, messe lì ad addolcire il mondo cattivo. Ecco allora che l’indicibile, il lungo viaggio attraverso il fascismo di una nazione intera, rigurgita nell’indifferenza civile perché non si è mai compiuto senza partigianerie e l’averlo rimosso per settant’anni è una delle ragioni, civili e morali, del nostro infischiarcene dell’identità nazionale e di un sentire comune. Ha scritto nel secolo scorso Pietro Gobetti, liberale e antifascista (quindi non sospettabile, dai custodi dell’intellettualismo di sinistra, di essere un eretico di destra): «Il contrasto vero dei tempi nuovi, come delle vecchie tradizioni, non è tra dittatura e libertà ma tra unanimismo e libertà». E oggi nel nostro Belpaese, in televisione, nei libri, sui giornali, ce n’è troppo di unanimismo. Così tanto che quasi non ce ne accorgiamo più.
A Fazio e Saviano non resta che piangere
Nello show dei radical chic pure le lacrime (patetiche) sulla Liberazione
