Meloni spiana i grillini e, soprattutto Giuseppe Conte. Mentre Elly Schlein è desaparecida, trasformata in comparsa, tanto che molti, in Transatlantico, si chiedono: «Dove è finita?».
Il primo riferimento al presidente del M5S avviene però in Senato, e riguarda l’ultima legge elettorale. La premier, nelle comunicazioni in vista del Consiglio europeo, parlando di preferenze, spiega come, con le nuove regole approvate, Giuseppi non sarebbe potuto arrivare a Chigi. Una battuta che non passa inosservata all’ “avvocato del popolo”, il quale, nell’intervento alla Camera, l’accusa di non aver letto bene il testo appena approvato.
Il confronto, però, non finisce qui. Dopo le accuse di Riccardo Ricciardi all’esecutivo, ritenuto troppo succube di Washington, il presidente del Consiglio chiede ai 5 Stelle di chiarire la loro posizione sull’Alleanza atlantica: «Non credo – dice – che da una parte si possa dire che gli americani sono degli imperialisti e poi correre da Zampolli (braccio destro di Trump in Italia, ndr) a pranzo, un po’ come abbiamo già visto fare con Merkel in altri tempi».
La leader della maggioranza, al contrario, non cita mai la segretaria del Pd, che s’intravede solo all’imbrunire. Nelle ore più calde, sono tanti i riformisti a confabulare sulle primarie. Pochissimi i sodali di Elly. Neanche quando accusa i dem di «misoginia», Meloni si rivolge all’altra donna della politica nazionale, ma al responsabile Esteri del suo partito, Giuseppe Provenzano. Quest’ultimo, infatti, l’aveva accusata di non aver partecipato ad alcuni vertici internazionali perché il presidente americano non l’avrebbe «vezzeggiata». La premier replica così: «Le faccio notare che non avrebbe mai utilizzato questo tono con un collega maschio». Tale atteggiamento, a suo dire, «avrebbe impedito alla sinistra di consentire alle donne di arrivare dove meritavano». In questo caso cita Laura Boldrini, paladina delle femministe ed ex presidente della Camera, ma non la segretaria del PD che vorrebbe sfidarla alle politiche.
Silenzio tra le donne dem, costrette a guardarsi negli occhi e a sussurrare: «Forse abbiamo sbagliato qualcosa». Non basta a Schlein definirsi l’unica «novità» per attirare l’attenzione dei pochi rimasti ad ascoltarla.
Massima concentrazione dei cronisti, al contrario, quando la leader del centrodestra ricorda alle opposizioni le divisioni che contraddistinguono una coalizione che condivide poco o nulla: «Prima di provare a mettere d’accordo Putin e Trump, provate a mettere d’accordo Magi e Fratoianni in un’unica risoluzione».
Sul tema, il presidente del Consiglio ricorda la proposta avanzata dalla maggioranza a Palazzo Madama, ovvero la famosa «tregua energetica», tanto contestata dai progressisti. «Il campo largo – evidenzia – ha abbandonato l’aula per non partecipare alla votazione. Mi chiedo se alla Camera farete lo stesso». Altra bordata alle minoranze, ancora una volta spiazzate. «Non mi fate la morale sulla difesa dell’interesse italiano», è il messaggio rivolto a chi la contesta.
Nel mirino pure i compagni di AvS. L’oggetto della contesa, stavolta, è la transizione ecologica, trasformata in «ideologica». Agli ecologisti nostrani la premier rimprovera anche di aver detto «No» a qualsiasi alternativa alle rinnovabili. «Ci rimangono – scherza – solo le candele».
Il ritorno di Giorgia a Montecitorio, infine, è anche la resa dei conti con i futuristi di Vannacci che, dopo essere stati eletti con la sua coalizione, non perdono occasione per attaccarla. Riferendosi alla combattiva Ravetto, la premier auspica che il loro cambio di posizione, a fine legislatura, sia «genuino» e non «determinato dal rischio di una mancata rielezione nei partiti nei quali erano stato rieletti». In questo caso, sarebbero più credibili le dimissioni, altrimenti si tratterebbe di «uno dei tanti casi di trasformismo», circostanza che renderebbe le loro argomentazioni certamente «meno interessanti».
