Politica

L’Europa se ne frega e uccide i clandestini

Sull’immigrazione la Ue pensa solo ai soldi

Oltre ad aver scelto male per molto tempo le strategie, ieri a Bruxelles hanno scelto male anche le parole. «La Commissione Europea è profondamente frustrata dagli ultimi sviluppi del mediterraneo», si legge nel comunicato diffuso dall’Esecutivo Ue dopo il naufragio a 60 miglia dalla Libia, che se confermato nelle dimensioni (700 morti o addirittura anche duecento in più) sarebbe la più grande strage del mare dal dopoguerra. È accettabile che si sciolga nella «frustrazione» l’organismo di governo dei 28 Paesi? No, non lo è. A meno che non si veda in questo l’epilogo più amaro di una ragione di esistenza. Avere un’anima politica non significa reagire solo e soltanto quando arriva il trauma di fronte al quale non si può più rimanere indifferenti. Secondo i dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, dal primo Gennaio di quest’anno sono stati 31.500 i migranti che si sono avventurati nella traversata del Mediterraneo. Il ministero dell’Interno calcola che 23.556 disperati sono arrivati in Italia, il 30% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Un ritmo che potrebbe portare, a fine anno, a un’impennata di circa 200 mila persone in più rispetto al 2014. L’anno scorso gli arrivi erano stati 166 mila, quindi rischiamo di superare il raddoppio. Numeri giganteschi, di fronte ai quali contrapporre «frustrazione» è segno di evaporazione politica, di cui, specialmente negli ultimi giorni, abbiamo avuto ampio saggio. «Dobbiamo essere franchi, la Commissione non può fare da sola: non abbiamo la bacchetta magica», in quanto «non abbiamo fondi né il sostegno politico» per lanciare una strategia europea di salvataggio. Sono parole di appena quattro giorni fa pronunciate da Natasha Bertaud, portavoce del Commissario per gli affari interni e immigrazione Dimitri Avramopoulos. La portavoce, in pratica, ha sottolineato l’inadeguatezza di Triton, l’operazione europea di pattugliamento del Mediterraneo. Concetti tutti ribaditi, l’indomani, 17 aprile, da «fonti diplomatiche» comunitarie che sottolineavano: «Non c’è ancora la volontà collettiva di un’azione marittima più forte». Un allargare continuamente le braccia, dunque, che peraltro sembra non tener conto dell’altro fattore strettamente connesso agli arrivi, cioè l’assorbimento sociale dei Paesi di approdo. Un principio, questo, che tre giorni fa era stato anche sottolineato da Mons. Galantino, segretario generale della Cei, il quale aveva stigmatizzato un’Europa che si lava le mani in «modo elegante» di fronte a «un dramma che sarà sempre più insopportabile dall’Italia». E anche Nick Clegg, vicepremier liberale della Gran Bretagna aveva fatto appello affinchè l’Italia non fosse lasciata sola. Il nostro Paese è fiaccato dalla crisi economica, la crescita non riparte, molti distretti produttivi sono ancora in ginocchio. Il Viminale ha dato disposizione alle Prefetture di individuare le strutture adatte ad ospitare gli immigrati, visto che quelle già in funzione non bastano più. Scaricare sugli enti locali, dove peraltro la copertura delle Forze dell’Ordine è spesso ridotta a seguito dei numerosi tagli, non significa, come ha detto giorni fa il vice ministro degli Esteri Lapo Pistelli, «tenersi per mano». Ma significa non cogliere il fattore di equilibrio sociale a cui deve essere subordinata l’accoglienza. E riaffermarlo non coincide con rivendicazioni xenofobe, ma con il porre una questione fondamentale che non può non andare di pari passo con la priorità di salvare le vite umane. Se l’Europa ha tra i suoi principi fondanti la solidarietà, non può dimenticarsi né nella sua accezione umanitaria, che si traduce nel soccorso a chiunque sia in difficoltà, né nella sua accezione politica, che riguarda il non abbandonare a se stesso alcun Paese membro. Di fronte a questo, non c’è «frustrazione» che tenga, al pari di quanto non esiste «frustrazione» da parte della Commissione quando agli Stati membri vengono imposti vincoli di bilancio che impediscono alle economie reali di ripartire. O si fissa questo, al di là della retorica ascoltata ieri, oppure l’Europa è destinata a rimanere «invecchiata e compressa», come l’ha definita Papa Francesco nella sua visita all’Europarlamento. E ad andare in necrosi. Sempre che già non ci sia andata.

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