La legge elettorale

Da Laurito a Guerritore, il “circo” della sinistra per affossare lo Stabilicum

Non è il nuovo Zelig, ma i firmatari dei 30 ricorsi Tra i sottoscrittori pure Prodi, D’Alema e Bertinotti

Mentre personalità, docenti ed esperti di diritto, anche con un passato non di destra, sostengono che la riforma voluta dal governo possa funzionare — si veda, per esempio, Giuliano Amato —, la solita rete dei compagni, costituita per l’occasione, ritiene che lo Stabilicum sia un errore, un qualcosa da rivedere.

Peccato che tra i critici ci sia poco di tecnico e molto di spettacolo. Leggendo l’elenco degli oltre 300 esponenti della società civile contrari alla nuova legge elettorale, infatti, scarseggiano i costituzionalisti, mentre abbondano i volti noti del piccolo e grande schermo. Più che una rete di esperti, sembra di trovarsi di fronte al cast di un varietà televisivo. Tra quelli che dovrebbero essere i “competenti in materia” spuntano l’intramontabile Marisa Laurito, l’attrice Monica Guerritore, Carla Signoris, moglie di Crozza, la comica Lella Costa e l’imitatore Stefano Bonelli, solo per citarne alcuni. Una squadra, dunque, che potrebbe fare tranquillamente concorrenza al circo di Zelig.

Nell’elenco dei “contrari” inseriti, poi, tutti i padri nobili del progressismo: Romano Prodi, Fausto Bertinotti, Massimo D’Alema, Anna Finocchiaro, Livia Turco, Rosy Bindi e Pierluigi Bersani. Il problema è che qui non occorre raccogliere adesioni per una neonata corrente, ma le perplessità di chi del diritto ne fa un lavoro.

Tra i sottoscrittori ovviamente non può mancare quella stampa ritenuta “amica”. Oltre agli ex giornalisti Sandro Ruotolo e Lucia Annunziata, a sposare l’iniziativa anti-governo: Gad Lerner, Tiziana Ferrario e Donatella Stasio. L’antropologo Stefano Bonaga, arruolato per la contestazione, avrebbe potuto realizzare un vero e proprio studio sulla neonata comunità di ribelli, mentre il classicista Luciano Canfora avrebbe detto, senza esitazioni, «contradictio in adiecto» (tutto e il contrario di tutto).

I promotori della strana adunata, intanto, si presentano come «macchina straordinaria». Anche se, nella noiosa conferenza di Montecitorio, di “wow” c’è poco o niente, a parte la popolarità e la simpatia dei sottoscrittori. Ne sanno qualcosa i poveri uditori, che hanno dovuto ascoltare la sintesi della bozza contenente i trenta esposti da sottoporre al pool di avvocati scelti dai progressisti.

Le critiche sono suddivise addirittura in sei blocchi. Detto ciò, oltre a una serie di titoletti roboanti, si ricorre molto al politichese e meno ai contenuti. Ad eccezione dei dubbi sollevati dal giurista Enrico Grosso e dal promotore del comitato, Roberto Zaccaria, nella sala stampa della Camera, si è parlato a valanga di Meloni e raramente di argomentazioni plausibili.

La sola novità è la fredda unità del campo largo. Al tavolo dei relatori, seppure a debita distanza, si siedono tutti i rappresentanti delle opposizioni: Simona Bonafè per il Partito Democratico, Maria Elena Boschi per Italia Viva, Alfonso Colucci per il M5S, Riccardo Magi per +Europa e Filiberto Zaratti per Alleanza Verdi e Sinistra.

A emergere, però, sono soprattutto le battute al veleno, i sorrisi di circostanza e il clima “gelido” tra pentastellati e renziani. Le uniche espressioni realmente condivise sono l’ormai consueto «attacco alla democrazia da parte della maggioranza» e i classici «pericoli per la parità di genere».

Non ci sarebbe, d’altronde, molto da dire su una riforma che, al di là delle critiche di facciata, reintroduce le preferenze dopo oltre trent’anni e apporta modifiche richieste, fino a poco tempo fa, dalla stessa sinistra.

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