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Ilaria Salis condannata a sua insaputa chiede di annullare il processo

In primo grado il risarcimento da 300mila euro ai suoi ex collaboratori. La difesa lamenta la mancata notifica

Oggi è il giorno del giudizio. La Corte d’Appello di Milano dovrà decidere se Ilaria Salis ha ricevuto o meno le notifiche sul processo di primo grado del Tribunale del Lavoro che l’ha vista condannata al risarcimento di due suoi ex collaboratori.

Riavvolgiamo il nastro. Nel 2024 Ilaria Salis viene eletta al Parlamento europeo e per farsi aiutare nelle attività dell’Eurocamera assume due assistenti: Valentina Dadda e Francois Gelmetti.

I due avrebbero dovuto occuparsi della progettazione di iniziative, campagne e anche di curare i rapporti con le istituzioni. Poi però nel 2024 Salis decide di licenziarli. Le ragioni? Secondo l’eurodeputata sarebbe venuto meno il rapporto fiduciario con i due, ci sarebbe stata un’incompatibilità personale e ambientale, il tutto condito da una più generale insoddisfazione per il lavoro svolto.

Non solo. Salis lamenta anche il fatto che i suoi assistenti avrebbero cercato di condizionare le sue scelte politiche e non avrebbero svolto le mansioni richieste.

Insomma, a sentir lei un disastro.

I due però non ci stanno e le intentano una causa. Nel marzo del 2026 il Tribunale del Lavoro di Milano dà ragione a Dadda e Gelmetti, condannando Salis al pagamento di 300 mila euro: 147.900 euro in favore di Dadda, 153.000 di Gelmetti e circa 7 mila euro di spese legali.

Il calcolo del risarcimento, in pratica, equivale alla somma che i due avrebbero dovuto percepire dal momento del licenziamento fino alla fine del contratto previsto per il 16 luglio 2029, ossia il termine del mandato parlamentare di Salis.

In tutto questo l’eurodeputata non si era costituita in giudizio e non aveva partecipato al processo. Il motivo? Secondo i suoi avvocati non le avrebbero notificato correttamente l’avvio del procedimento legale nei suoi confronti.

Nel tentativo di impedire che la sentenza di primo grado venisse eseguita, gli avvocati della difesa hanno tentato due ricorsi: uno per ottenere la sospensione dell’esecuzione della condanna e un altro per bloccare gli atti con cui gli ex collaboratori le chiedevano di pagare. Risultato?

Entrambi respinti nell’agosto del 2026. Nel frattempo il conto corrente di Salis è stato sottoposto a pignoramento per il mancato pagamento di circa 7 mila euro di spese legali.

Lei paga e il conto viene sbloccato. In parallelo gli avvocati provano anche a cercare un accordo per una possibile rateizzazione, ma anche questa strada non porta da nessuna parte.

E così si arriva all’11 ottobre.

La difesa di Salis ha chiesto al Tribunale di Milano la nullità della sentenza di primo grado, data l’assenza di una notifica regolare. I legali lamentano di non aver mai ricevuto un atto che desse loro conto del processo di primo grado e dunque della possibilità di difendersi. La questione è stata brevemente discussa davanti alla giudice del Lavoro di Milano Silvia Marina Ravazzoni, che oggi è chiamata a decidere se accogliere la richiesta dell’eurodeputata o rigettarla.

La decisione arriverà alle parti via Pec. Se fosse respinta la questione, il processo entrerebbe nel merito; altrimenti si ripartirebbe dal giudice di primo grado.

«La decisione di domani (oggi, ndr.) sarà sulla corretta instaurazione del contraddittorio, quindi sul fatto che tutte le parti interessate hanno avuto diritto effettivamente a intervenire non in questo Appello ma nel giudizio di primo grado», ha spiegato l’avvocato Federico Manfredi.

Salis, uscendo dal Tribunale di Milano, ha liquidato i giornalisti con un secco: «Attendiamo la decisione con serenità».

Elisabetta Piccolotti, di Alleanza Verdi e Sinistra Italiana, ha commentato la vicenda spiegando che «questioni così ne hanno altre decine di parlamentari. Quelle di Ilaria Salis vengono enfatizzate perché c’è una campagna di comunicazione dei giornali della destra e delle agenzie di comunicazione della destra sui social per cercare di indurre l’astensionismo nell’elettorato di Avs perché il nostro elettorato è giovane ed è quello che li ha fatti perdere al referendum».

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ROMA

Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, è già in campagna elettorale. E si sa, quando si cercano voti, tutto fa brodo. L’11 ottobre scorso l’ex premier è salito sul palco del Falastin Festival, evento organizzato dalla Comunità Palestinese di Roma e del Lazio e dall’Associazione Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese, svoltosi dall’8 al 12 ottobre alla Città dell’Altra Economia di Testaccio, a Roma.

Un festival incentrato sulla promozione della cultura palestinese, ma non solo, nel quale sono stati affrontati temi come le sanzioni contro Israele e il rispetto del diritto internazionale. La presenza di Conte è stata una testimonianza di «vicinanza» con le tematiche trattate, espressa anche rilasciando dichiarazioni poi trasmesse da «Radio Arabo in Italia», emittente radiofonica il cui target principale sono le tante comunità musulmane presenti in Italia.

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