Politica

Il Mare Nostrum musulmano Cristiani in pasto agli squali

Orrore nel canale di Sicilia su un gommone di immigrati I sopravvissuti accusano i compagni. Quindici arresti LEGGI ANCHE Per l'eccidio non vi aspettate alcun moto di sdegno

Dodici migranti cristiani fatti annegare dai musulmani nel Canale di Sicilia, scaraventati in mare da un gommone e dati in pasto agli squali. L’odio religioso ha fatto una strage durante l’ennesima traversata dei barconi dalla Libia, una delle tante che in pochi giorni ha già portato sulle nostre coste 10mila profughi, lanciati come "bombe" umane dall’Isis: «vi invadiamo di migranti» era stata la minaccia inviata dal Califfato all’Europa, a fine gennaio dopo l’attentato a Tripoli al Corinthia Hotel, l’albergo a cinque stelle frequentato dagli stranieri e utilizzato come residenza da Omar al Hassi, il "premier" della coalizione islamista impadronitasi della capitale dopo gli scontri della scorsa estate. Non sono innocenti e innocui migranti. E’ quanto emerge dalla storia che i superstiti hanno raccontato appena sbarcati a Palermo, dove la polizia di Stato ha fermato 15 profughi, tra i quali un minorenne, tutti musulmani, con l’accusa di omicidio plurimo aggravato dall’odio religioso. E le indagini sul Mare Nostrum musulmano non sono concluse. Gli investigatori della Squadra mobile stanno infatti verificando se altri immigrati abbiano partecipato all’eccidio. I fermati sono di nazionalità ivoriana, maliana e senegalese. Ad accusarli ci sono le dichiarazioni di profughi nigeriani e ghanesi, che facevano parte dello stesso gruppo sbarcato nel porto di Palermo l’altro ieri mattina con la nave mercantile "Ellensborg". «È un fatto terribile. Se davvero dovesse essere una lite scoppiata per motivi religiosi la causa della tragedia avvenuta nel canale di Sicilia sarebbe ancora più brutto nella tragicità dei fatti, perché getterebbe una luce particolare sulla pericolosità di certi arrivi» ha detto il procuratore capo di Palermo Francesco Lo Voi. L’indagine è coordinata dal procuratore aggiunto Maurizio Scalia e dai pm Marina Ingoglia e Renza Cescon. I testimoni, molti in lacrime, hanno raccontato di essere scampati alla furia dei loro compagni. Si erano imbarcati il 14 aprile su un gommone, partito dalle coste libiche e stipato di 105 persone, in prevalenza senegalesi ed ivoriani. Durante la traversata, i nigeriani e i ghanesi, in minoranza a bordo, sarebbero stati minacciati di essere gettati fuori bordo e abbandonati in mare da una quindicina di uomini di nazionalità ivoriana, senegalese, maliana e della Guinea Bissau. Motivo del risentimento, il credo religioso cristiano delle vittime, per questo invise agli aggressori musulmani. Poco dopo le minacce, gli islamici sono passati all’azione e dodici nigeriani e ghanesi sono stati gettati tra le onde. I superstiti hanno detto di essersi salvati lottando contro il tentativo di annegamento, formando anche una catena umana, sorrendosi l’un l’altro per non finire in acqua. La polizia avrebbe raccolto «dichiarazioni coerenti», si apprende da fonti giudiziarie, e ci sarebbero anche riconoscimenti fotografici di alcuni dei 15 indagati, anche un minorenne. Un rapporto è stato consegnato ieri mattina al procuratore aggiunto Maurizio Scalia. All'interrogatorio hanno partecipato i pm Marina Ingoglia e Renza Cescon. La Procura aveva 48 ore di tempo per chiedere al Gip la convalida del fermo. Il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha già firmato l’autorizzazione a procedere, chiesta dalla Procura di Palermo: era necessaria perché il fatto è avvenuto in acque internazionali. E sono stati arrestati. Da Trapani è arrivata intanto la notizia un altro possibile naufragio. Cinque dei 586 immigrati sbarcati ieri mattina con la nave "Foscari" della Marina militare hanno sostenuto di essere i soli superstiti del rovesciamento di gommone, in cui sono morti 40 loro compagni. I profughi, due dei quali hanno dichiarato di essere della Nigeria, uno del Niger e due del Ghana, hanno raccontato di far parte di un gruppo di 45 persone, salpato dalla Libia. Il naufragio sarebbe avvenuto dopo poche ore di navigazione. La Procura di Trapani ha aperto un’inchista. Ieri, intanto, nuovi arrivi. A Pozzallo (Ragusa) i 350 profughi, soccorsi il giorno prima nelle acque del mar Mediterraneo dalla nave "Fiorillo" della Guardia costiera. Altri 893 immigrati nei porti della Sicilia, a bordo delle navi della Guardia Costiera "Fiorillo" CP 904 e "Dattilo" CP 940. Roma e il Lazio si preparano a una nuova invasione. Ieri in Prefettura, si è tenuta la programmata riunione del Tavolo di coordinamento regionale per la gestione dell’afflusso di cittadini stranieri sbarcati sulle coste italiane. Sono state discusse le modalità attuative della struttura di primissima accoglienza, hub, per gestire nell’immediatezza situazioni di criticità nell’afflusso dei migranti. E si è preso atto che Roma ha superato il tetto massimo di accoglienza. Ma il peggio deve ancora venire. La portavoce dell'esecutivo di Bruxelles ha spiegato che la situazione peggiorerà a causa «del miglioramento delle condizioni meteorologiche e del perdurare della situazione di instabilità e dei conflitti nei Paesi vicini». E al momento la Commissione «non ha i finanziamenti né il sostegno politico per creare un sistema di guardia di frontiera europea» per condurre le operazioni di ricerca e salvataggio dei migranti in difficoltà, ha sostenuto la portavoce. Da venerdì scorso, ha evidenziato, 7.850 migranti sono stati salvati in mare dalla guardia costiera italiana, ma «non ci sono ancora conferme affidabili» sull’annegamento di 400 persone nelle ultime ore. L'operazione Triton «ha avuto molto successo», anche se «non eguaglia» l’operazione italiana Mare Nostrum, ma è «l’esatta risposta a quanto richiesto dall’Italia». Quest’anno i morti sono già 900, dieci volte di più rispetto all’anno scorso, già 22mila gli sbarchi ad aprile.

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