Politica

Addio all’"altro" Berlinguer

Morto a 90 anni Giovanni, fratello di Enrico. Accademico e politico "di razza" nel Pci. Entrò nei Ds ma non nel Pd, scegliendo di aderire a Sinistra democratica con Mussi

È morto a Roma all’età di 90 anni Giovanni Berlinguer, fratello di Enrico. Due vite dedicate a un partito che non c’è più. Infatti c’era una volta il grande partito comunista, dirlo oggi sembra parlare di preistoria. Ma il muro non era caduto e in occidente milioni di persone vedevano oltre quel muro in paradiso in terra. Il Pci aveva un esercito di iscritti e milioni di voti. Quel partito cresciuto a dismisura negli anni ’70, aveva soprattutto un leader che l’aveva portato nell’area di governo. Quel leader era Enrico Berlinguer. Ma i Berlinguer erano una famiglia sassarese che aveva sempre fatto politica, nella sinistra. Socialista il padre Mario, avvocato noto e stimato nella sua città. Comunista Enrico e suo fratello Giovanni. Ma mentre Enrico passo dopo passo ha scalato i vertici del suo partito facendo della politica il suo impegno esclusivo, Giovanni non ha mai rinunciato al suo impegno nel mondo accademico. Laureato in medicina si è occupato di tutti gli aspetti che riguardano la sanità. Ha scritto diversi libri e ha fatto parte di numerosi commissioni nazionali e internazionali. Ma la politica in casa Berlinguer non poteva mancare. Così anche Giovanni conciliava il suo impegno professionale e accademico con la passione politica. Così già nel 1965 fa parte del comitato centrale del Pci. Poi arriva a Montecitorio. È eletto la prima volta nel ’72, confermato nel ’76 e ancora nel ’79. Nel 1983 è invece presentato al Senato quando il grande progetto del compromesso storico è ormai al tramonto, la fine di una strategia politica che coincide quasi con la morte del suo ideatore. Di Enrico Berlinguer che aveva portato il suo partito, nel 1976, a superare la soglia del 30 per cento dei consensi, ma soprattutto aveva spinto quel partito che sognava la rivoluzione che ancora mitizzava l’Urss, nell’area di governo. L’astensione nel ’76 consentì ad Andreotti di ottenere la fiducia, e nel ’78 proprio in coincidenza con il barbaro assassinio di Moro, ottenne il consenso del Pci. Sembrava la fine di un’epoca e l’avvento di una fase completamente nuova. In realtà non fu così. Nella seconda parte degli anni ’70 si affacciò sulla scena politica un uomo nuovo, quel Bettino Craxi, che con la sua azione impedì il matrimonio tra gli ex nemici Dc e Pci. Così già dopo le elezioni del ’79 fu archiviata la fase dell’unità nazionale, il Pci tornò all’opposizione e a fare scelte in politica estera vicine all’Urss, in particolare sugli euromissili. E questo portò al declino politico di Enrico Berlinguer. Ma sarebbe fare un torto a Giovanni considerarlo solo come il fratello del segretario. Giovanni era capace di mostrare autonomia, quanto consentito allora dal centralismo democratico imperante in quel partito. Inoltre il medico comunista non abbandonò la propria vocazione, ma ne fece un tema di impegno politico. Già nel 1959 aveva scritto un libro dal significativo titolo: la sanità è malata. E di sanità continuò a occuparsi ai tempi della discussione sulla riforma, non a caso fu presidente del primo piano sanitario nazionale. Successivamente fu presidente del comitato nazionale di bioetica. Ma fece parte anche di importanti comitati internazionali. Inoltre il suo impegno era visibile in interventi pubblici e scritti sulla medicina del lavoro, sulla prevenzione, sulla medicina sociale. Proprio questo impegno professionale ha consentito a Giovanni di non essere mai considerato il «fratello di». Di Enrico aveva l’aspetto riservato, la timidezza oltre a una straordinaria somiglianza fisica. Non a caso faceva impressione talvolta vederlo circolare per le strade del centro di Roma con la sua bicicletta, impossibile che fosse Enrico, doveva per forza essere il fratello. Il prestigio personale di Giovanni gli ha consentito di fare il proprio percorso politico in completa autonomia. Così quando Occhetto con la svolta della Bolognina decise di chiudere l’esperienza del Pci per dar vita al Pds, Giovanni Berlinguer aderì al nuovo partito. Ma questo non consentì a nessuno di pensare che quella svolta sarebbe stata benedetta anche dall’ex segretario se fosse stato vivo. Così come nelle scelte successive Giovanni non pretese mai di incarnare il pensiero del fratello. Giovanni Berlinguer visse la fase di trasformazione del suo vecchio partito da vicino, così entrò nei Ds, ma all’interno assunse una posizione di sinistra, provò anche a sfidare l’allora segretario Fassino, perse ma ottenne un discreto successo personale. Così come molti – 140mila – furono i voti che prese alle elezioni al Parlamento europeo. Ma ormai con l’erede del suo vecchio partito non si riconosceva quasi più. Così quando nel 2007 i Ds decisero di fondersi con la Margherita dando vita al Pd, Berlinguer non aderì, si ritrovò con Fabio Mussi nella sinistra democratica. Una scelta per segnare una rottura con una strategia che non poteva condividere. E forse quello fu il suo ultimo atto politico rilevante. Quel «no» al Pd era il «no» di un Berlinguer, di Giovanni non di Enrico. Anche se inevitabilmente il suo nome sarà sempre affiancato a quello del fratello, nonostante i riconoscimenti avuti e la medaglia d’oro che gli fu consegnata al Quirinale nel 2001. L’otto aprile alle 10 si svolgeranno i funerali del vecchio professore comunista. Non a caso la cerimonia non si terrà in alcuna sede politica ma nell’aula magna della facoltà di Lettere della Sapienza.

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