I continui ultimatum di Alfano, seguiti da repentini dietrofront, stanno mettendo a dura prova la tenuta del Nuovo Centrodestra in Parlamento. Dopo aver «subito» l’elezione di Sergio Mattarella al Colle e ingoiato le dimissioni di Maurizio Lupi da ministro delle Infrastrutture, un’ala consistente del partito è sempre più critica nei confronti di Matteo Renzi e a darle voce e soprattutto la capogruppo alla Camera (in uscita?) Nunzia De Girolamo: «Se su temi come Imu, partite Iva, giustizia, Sud, Renzi non ci dà risposte, credo che non sia più utile stare in un governo in cui a furia di fare slide sembra di stare in un fotoromanzo. Chiedo chiarezza al mio partito, non emerge quello che noi facciamo, o forse non riusciamo a imporre come dovremmo l'agenda a Matteo Renzi. Il premier non dimostra nè rispetto nè lealtà». Di fatto, l’ex ministro chiede ad Alfano di uscire dal governo e valutare l’appoggio esterno. Ma a rispondergli a tono è tutto lo stato maggiore di Ncd. A partire proprio da Alfano: «Non lasciamo il governo» tuona il leader, spalleggiato da Schifani e Quagliariello fino all’arrivo di una nota ufficiale della nuova portavoce, Valentina Castandini, che ha sostituito Barbara Saltamartini: «L’appoggio esterno al Governo non è un’ipotesi da noi contemplata. È una posizione ibrida, una non posizione, non è né carne né pesce. Il Nuovo Centrodestra, che insieme all’Udc diventerà Area Popolare, vuole essere protagonista del cambiamento». Maè proprio l’ultima frase vergata dalla Castandini a far aprire un caso tutto interno ai centristi. Il nodo sarebbero modi e tempi della fusione, da ultimo, anche il nuovo simbolo, che verrà presentato alle Regionali. Si raccontano in Parlamento che a una parte dell’Udc non sarebbero affatto piaciute anche le dichiarazioni pronunciate in tv da Gaetano Quagliariello, che per oggi ha annunciato «la costituzione definitiva di Area Popolare», che Ncd e Udc «saranno sigle del passato» e ci saranno un «nuovo simbolo» e un «nuovo statuto». Alcuni esponenti centristi avrebbero puntato i piedi contro la «fuga in avanti» del coordinatore nazionale di Ncd, lamentandosi del fatto che prima di parlare di «fusione» di partiti e nuovi statuti e loghi, va aperto un confronto interno con la convocazione del Consiglio nazionale dell’Udc. Oggi Lorenzo Cesa riunirà i suoi parlamentari per fare il punto della situazione e chiarire i termini del passaggio ad Area Popolare. Intanto i dissidi con Renzi potrebbero avere un nuovo esguito oggi, quando - nel pomeriggio - ci sarà il primo voto voto del Senato sulle unioni civili. A partire dalle 14.30 si riunirà la commissione Giustizie e, terminata la discussione generale, i senatori si esprimeranno sul testo unificato presentato la scorsa settimana dalla relatrice Monica Cirinnà che regolamenta le unioni tra coppie omosessuali (senza però equipararle al matrimonio) e le convivenze tra eterosessuali (i «Contratti di convivenza»). Il testo, per la prima volta, apre anche alle adozioni gay introducendo l’istituto della stepchild adoption, ossia la possibilità adottare il figlio del partner con cui si convive. I numeri sono a favore del testo Cirinnà: lo voterà tutto il gruppo Pd, il M5S, il socialista Buemi e i due componenti del gruppo Misto. In Parlamento, però, i vari Sacconi, Roccella, Giovanardi e Formigoni sono pronti a fare le barricate.
Alfano e l’eterno balletto di Ncd: "Pronti a rompere". Poi ci ripensano
Il ministro dell'Interno contro la De Girolamo: "Non usciremo dal governo"
