In un anno 299 mila posizioni in più nel settore privato, quasi tutte a tempo indeterminato, mentre la cassa integrazione scende del 27,2%. Il superamento del reddito di cittadinanza ha dato forma a un welfare che accompagna verso il lavoro invece di limitarsi a compensarne la perdita.
Si parte da un numero: +246 mila. Sono i contratti a tempo indeterminato che, secondo l’Osservatorio sul mercato del lavoro dell’Inps, compongono la crescita annualizzata di +299 mila posizioni nel settore privato registrata a giugno. Il saldo complessivo è in rallentamento rispetto al trimestre precedente, ed è giusto dirlo. Ma la qualità dell’occupazione creata conta più del ritmo: l’Italia aggiunge lavoro stabile, non precario.
Il dato pesa di più se si guarda al contesto. Ci sono due conflitti ai confini dell’Europa, due shock energetici ravvicinati e una stretta monetaria che ha frenato investimenti e consumi. Interi comparti, a cominciare dall’automotive, sono in piena trasformazione. Con queste premesse molti si aspettavano un mercato del lavoro in affanno. Non è andata così.
Il termometro degli ammortizzatori
La conferma arriva dall’altro lato del bilancio, quello delle tutele. Nel terzo trimestre 2026 le ore di cassa integrazione autorizzate si fermano a 83,5 milioni, contro i 114,6 milioni dello stesso periodo del 2025: -27,2% su base annua e -29,5% sul trimestre precedente. A settembre le ore sono 35,6 milioni (-18,7% rispetto a un anno prima).
Scende soprattutto la componente che segnala le difficoltà strutturali. La Cig straordinaria passa da 59,2 a 38,4 milioni di ore (-35,1%). L’ordinaria perde il 19,1%, i fondi di solidarietà il 13,3%, mentre la Cig in deroga è ormai marginale. Sulla stessa linea la Naspi: a maggio i beneficiari erano 961 mila, circa 38 mila in meno su base annua (-3,8%).
C’è poi un indicatore meno citato ma rivelatore, il tiraggio. Nei primi nove mesi dell’anno le imprese hanno utilizzato appena il 22,1% delle ore autorizzate, contro il 25,7% del 2025 e il 24,4% del 2024. Le aziende si cautelano chiedendo la cassa, poi la usano sempre meno. È il segno di un sistema produttivo prudente, che si prepara all’incertezza senza esserne travolto.
Un’architettura, non una congiuntura
Questi risultati hanno un’origine precisa: la scelta del Governo Meloni di chiudere la stagione del reddito di cittadinanza senza traumi sociali, spostando risorse dalla spesa passiva alle politiche attive. A disegnare il nuovo impianto è stato il ministro del Lavoro, Marina Calderone, con un principio semplice: distinguere chi va protetto da chi va accompagnato verso un’occupazione.
Ne sono nati tre strumenti complementari. L’Assegno di inclusione è dedicato ai nuclei più fragili, il Supporto per la formazione e il lavoro alle persone occupabili. La piattaforma Siisl fa da infrastruttura digitale per l’incontro tra domanda e offerta. Il risultato è un welfare che previene e ricostruisce, oltre a risarcire.
C’è anche una lettura economica più ampia. In un Paese che invecchia, con imprese alle prese con una cronica carenza di competenze, la risorsa più scarsa non è il capitale ma il capitale umano. Formare e attivare le persone significa agire direttamente sulla capacità produttiva. Per questo le politiche attive sono, a tutti gli effetti, la prima politica industriale del Paese.
I nodi ancora aperti
Il bilancio non è privo di criticità. Ex Ilva, automotive e tessile restano dossier strutturali che continuano ad assorbire una parte significativa degli ammortizzatori. E l’effetto cumulato di guerre e crisi energetiche sulle imprese non è ancora pienamente misurabile.
Resta però un fatto senza precedenti recenti: quattro anni consecutivi di crescita dell’occupazione accompagnati da una contrazione degli strumenti di sostegno al reddito. È il frutto di una stabilità politica che ha dato alle riforme il tempo di produrre effetti. La stabilità da sola non sarebbe bastata: è servita anche una visione, insieme alla competenza per trasformarla in strumenti concreti.
