Il caso Youssef Siher: a chi porta vantaggio elettorale? Non giriamoci intorno: a chi conviene, sul piano elettorale, la vicenda di Youssef Siher?
La risposta non mi sorprende ed è abbastanza chiara: a Giorgia Meloni. In queste settimane la premier è apparsa come l’argine al caos. Chi invece ha cercato di scaricare sul Governo la responsabilità di quel caos è sembrato fuori dal tempo, con un atteggiamento che finiva per giustificare le violenze.
Ascolto e disagio sono state le parole che hanno condannato le opposizioni all’inadeguatezza, sostenute da un’aria di superiorità a cui non crede più nessuno, soprattutto dopo quello che è successo nelle nostre città.

L’ultima conferma arriva dall’analisi social di Spin Factor per Adnkronos sul caso Siher: tra il 26 e il 28 ottobre, su sei piattaforme, il 71% delle conversazioni monitorate era contrario alla scarcerazione e solo il 29% difendeva la decisione. È la misura del clima. Gli italiani non vogliono il caos, non lo giustificano e chiedono che venga affrontato con decisione.
Tra chi contesta la scarcerazione, infatti, il 36% richiama la sicurezza pubblica, il 28% accusa i giudici di politicizzazione, il 22% collega Siher alla pagina «Movimento 17 ottobre» e alle proteste di piazza. Sono opinioni circolate in rete, non conclusioni giudiziarie. Però raccontano bene come la vicenda è stata vissuta da chi ne parla. Il 17 e il 18 ottobre, a Milano, negozi e vetrine sono stati devastati e saccheggiati. Confcommercio Milano ha stimato i danni in circa un milione di euro, contando anche gli incassi persi per le chiusure anticipate. Le cronache riferiscono di agenti feriti, numerosi arresti e denunce. Liquidare tutto come una contestazione politica nata dal disagio non regge: di politico, in quelle due giornate, c’è stato ben poco, se non il tentativo di destabilizzare il Paese e di diffondere un senso di insicurezza. C’è chi ha cercato di strumentalizzare il fenomeno; La Procura di Milano ha ipotizzato una regia e ha contestato a Siher anche la finalità di terrorismo. Sarà l’inchiesta a dire fin dove arriva, ma il clima che si è respirato in quelle strade è stato sotto gli occhi di tutti.
Chi sfonda una vetrina e porta via la merce non colpisce solo il proprietario o il cliente facoltoso. Colpisce anche commessi, magazzinieri, fattorini. Moda e lusso sono una filiera centrale per l’Italia: secondo i dati riportati dal portale OpportunItaly, nel 2025 il sistema contava 461 mila addetti diretti e 81 mila imprese. Quel negozio distrutto, prima che un simbolo del lusso, è un posto di lavoro. E chi crede di colpire il ricco finisce per danneggiare chi vive del proprio stipendio.
Poi c’è la questione giudiziaria, che va tenuta distinta dalla lettura politica. Lo scontro, prima ancora che tra governo e toghe, è dentro la magistratura. Da una parte la Procura di Milano, che ha disposto il fermo di Siher sulla base delle proprie indagini e ne chiedeva la custodia in carcere. Dall’altra la gip Tiziana Landoni, che non ha convalidato il fermo e ha ritenuto che i messaggi dell’indagato non integrassero il reato di istigazione. Una decisione che, arrivata dopo il clamore mediatico del fermo, ha finito inevitabilmente per assumere un peso politico.
Presentarla come una prova di garantismo e di autonomia della magistratura è quantomeno strumentale. E derubricare a semplici opinioni il contenuto delle chat dell’indagato è una forzatura evidente.
Detto questo, gli italiani non si dividono in due blocchi, con sicurezza e ordine pubblico da una parte e garanzie e indipendenza dei giudici dall’altra. Forse il centrodestra, in alcune sue componenti, ha sbagliato la misura. Ma i sondaggi parlano chiaro: si è aperta una fase nuova. Ad aprile, dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia, era opinione diffusa che al campo largo restasse solo una formalità da sbrigare, una vittoria che molti istituti di ricerca e la maggioranza degli opinionisti davano per acquisita. Chi non ha mai creduto a questa narrazione è stato proprio Il Tempo, anche quando i numeri di Futuro Nazionale avevano convinto molti esponenti del centrodestra che la sconfitta fosse dietro l’angolo.
Ma il vento è girato. I sondaggi non sono impazziti: sono stati letti troppo in fretta, e a volte usati per sostenere conclusioni che i numeri non permettevano. Dopo il referendum il governo ha accusato il colpo. Oggi la partita è riaperta.
Il caso Siher può aiutare Meloni perché riporta il dibattito sulla sicurezza, il terreno dove il centrodestra ha un messaggio immediato e riconoscibile. La premier ha usato parole durissime e ha definito la decisione «vergognosa», dando voce a quello che pensa la maggioranza di chi ne discute. Adesso la partita si gioca sulla paura quotidiana delle persone, sulle vetrine rotte e sui negozi che chiudono alle cinque del pomeriggio, molto più che sullo scontro con i giudici. Lì il centrodestra parte in vantaggio. Per ora il guadagno è politico e narrativo, ma i sondaggi cominciano ad accorgersene. Quelli di questa settimana confermano che la partita è aperta e danno Fratelli d’Italia vicino al 30%, ben sopra il risultato delle politiche del 2022, dopo oltre quattro anni di governo. È un dato di cui il campo largo farebbe bene a prendere coscienza, senza invenzioni e senza rappresentazioni colorite.
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