l'editoriale

Youssef e la posta in gioco. Appunti per i finti tonti

Allora non ci siamo capiti. Il caso Youssef Siher ci interroga almeno due volte, ben al di là della sorte del nuovo eroe (e prossimo onorevole) di origini marocchine.

In primo luogo, ci interpella per i fatti in sé. Le convocazioni a sorpresa erano oggettivamente volte a creare il caos. Questo lo comprende chiunque, senza bisogno di lenti ideologiche.

Benché nata dopo il 17 ottobre, la chat del Movimento puntava a ricreare lo stesso effetto il sabato successivo, il 24. E Youssef aveva pronti i messaggi per far scattare le adunate, con risultato garantito: non un appello generico, ma una logistica della mobilitazione pensata per arrivare a decine di migliaia di persone in poche ore.

E le indicazioni operative (alcune pubblicate, altre nel pc di Youssef) erano eloquenti. Ne cito una: «Se le forze di sicurezza ci impediscono di proseguire corteo, gridiamo i nostri slogan e proviamo a sfondare i loro sbarramenti». «Sfondare»: serve altro per capire? Non è l’espressione di un manifestante arrabbiato, è un’istruzione operativa. A cui si aggiungono i riferimenti al manuale della rivolta egiziana, le ricette per i lacrimogeni (eventualmente anche da raccogliere e rilanciare), i consigli su come muoversi in piazza e sottrarsi all’identificazione, l’espressione «combattere le forze di sicurezza» (e non solo proteggere i compagni). Non un disagio giovanile, non un’esplosione spontanea: un progetto di ripetizione organizzata del caos e realisticamente pure della violenza.

Ma in secondo luogo c’è il disegno islamista di fondo che qualcuno fa ancora finta di non capire: infiltrare la nostra società, le scuole e le università, i media, e sfruttare ogni situazione per accendere fuochi, per destabilizzare.

Youssef non è un corpo estraneo. È un prodotto del vivaio: stage all’Ispi, collaborazioni al Fatto, accoglienza negli ambienti «giusti» che da anni ospitano chi la pensa esattamente così sul Medio Oriente e sull’Occidente. Le sue posizioni non erano segrete: erano intercambiabili con quelle di chi ora lo difende o fa finta di non conoscerlo. Delle due l’una: o la sinistra non l’ha capito, e allora è pericolosa; o l’ha capito benissimo, e allora è ancora più pericolosa. Non c’è terza via. E chi continua a parlare di «idealismo» o di «diritto di manifestare» come alibi, sta semplicemente scegliendo da che parte stare. Gli italiani l’hanno capito benissimo, credo.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.