Il risveglio dev’essere stato traumatico nelle molte capitali europee che avevano scommesso sull’uscita di scena di Benjamin Netanyahu, dopo averlo trattato come un appestato, un criminale, e dopo aver lavorato per isolare Israele. E immaginiamo lo sconforto, la frustrazione in cui dev’essere piombata quella rete di politici, esperti, giornalisti e intellettuali progressisti che per mesi ci hanno raccontato come gli israeliani non vedessero l’ora di liberarsi del «mostro», del corrotto, del genocida, e che da decenni propinano alle nostre opinioni pubbliche una narrazione distorta sul Medio Oriente.
Ebbene, la spallata è fallita. Sì, certo, ha perso la maggioranza dei seggi, ma Netanyahu è avanti, sia come partito che come coalizione e sarà ancora lui a dare le carte, smentendo sondaggi ed exit poll che avevano alimentato le aspettative del commentariato mainstream europeo e indotto i leader delle opposizioni a rilasciare dichiarazioni avventate alla chiusura delle urne. Eisenkot aveva parlato di una vittoria storica per il cambiamento e invitato Netanyahu a farsi da parte, sentendosi già premier. Lapid aveva sentenziato la fine della sua carriera politica. Bennet aveva cantato vittoria.
Bibi invece ha aspettato e nella notte i voti reali hanno cominciato a raccontare un’altra storia. Nessuno ha raggiunto la maggioranza, ma i rapporti di forza si sono invertiti. Likud primo partito, coalizione di governo avanti, Netanyahu resta premier.
Nelle sue prime dichiarazioni non ha usato la parola «vittoria», si è limitato a constatare che il Likud è primo partito e a indicare l’obiettivo di «formare un forte governo nazionale di destra», impedendo la formazione di un governo sostenuto dai partiti arabi. Non ha vinto, ma non ha nemmeno perso e, cosa più importante, ha vinto solidamente il voto ebraico. L’unica strada per la coalizione di Eisenkot per tentare di formare un governo e «pensionare» l’odiato Bibi sarebbe cercare il sostegno dei partiti arabi. Una strada tuttavia impervia. Se avesse almeno prevalso nel voto ebraico, avrebbe potuto sommare i seggi di un partito arabo come Ra’am. Tutt’altro conto, politicamente insostenibile, è cercare l’appoggio di liste arabe secondo cui Hamas è un’associazione benefica, per di più avendo raccolto una quota minoritaria del voto ebraico. Improbabile che tutte le attuali opposizioni siano disponibili ad una operazione del genere, esclusa in campagna elettorale dallo stesso Eisenkot.
Dato più volte per morto politicamente, Netanyahu si ritrova ancora pienamente in partita. Certo, è il premier del 7 Ottobre, un fallimento epocale, e di riforme controverse. Al potere quasi ininterrottamente dal 2009, è innegabile che vi sia una forte richiesta di cambiamento, tuttavia non ancora in grado di esprimere una convincente alternativa di governo. Ma Netanyahu è anche il premier dell’«8 ottobre», il comandante in capo di una vittoriosa guerra multi-fronte contro i nemici storici di Israele e di un Paese che cresce a ritmi multipli rispetto alle altre democrazie occidentali.
La società israeliana resta divisa come lo era prima del 7 ottobre 2023. Ma no, gli israeliani non hanno in testa il pattume ideologico degli europei: non la «soluzione a due Stati», non le piazze propal, non la balla del genocidio a Gaza, né quella dell’apartheid - ancora una volta smentita dall’eclatante affluenza alle urne degli arabo-israeliani.
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