Quante volte, parlando o scrivendo di Giorgio Napolitano, abbiamo aggiunto: «È la prima volta?». Cito alcune occasioni. Napolitano è stato il comunista, per correttezza dovrei dire «ex», che per «la prima volta» è diventato presidente della Repubblica. Napolitano è stato, per «la prima volta», un presidente eletto per il secondo mandato. Napolitano è stato, anche qui, anche se il tema è controverso, per «la prima volta» il presidente che è entrato attivamente nel gioco politico quotidiano, persino sostituendo il governo nel dialogo con molti potenti della terra fra cui tutti i maggiori leader europei. La singolarità di questa caratteristica sfata, anche qui per «la prima volta», la leggenda che la Costituzione repubblicana preveda un presidente notaio. Qui Napolitano è andato più avanti dei suoi predecessori, ma non c'è dubbio che con lui si sia capito come la non definizione dei compiti presidenziali e la irresponsabilità politica, a meno di impeachment, hanno reso il Quirinale un potere vero. Con Napolitano, ecco la conclusione, il presidenzialismo è stato sdoganato. D’ora in poi sarà più complicato sottrarsi alla suggestione dell’elezione diretta, anche se Renzi e tanti suoi colleghi di partito o di altri partiti sperano che il prossino Capo dello Sato se ne stia buonino sul Colle come il Cossiga dei primi anni. Tutte queste «prime volte» di Napolitano ad alcuni osservatori e ad alcuni partiti sono sembrate eccessive e persino sbagliate. La pensa così Grillo, è dello stesso avviso Salvini, Berlusconi lo ritiene della propria defenestrazione, che è poi è diventata definitiva, con una sorta di gioco, loro dicono «complotto», condotto in sintonia con alcune cancellerie europee e la Bce. La mia opinione non è questa. Penso che Napolitano si sia trovato in una situazione per tanti aspetti eccezionale. Capitò la stessa cosa a Pertini, fra terrorismo e sfacelo del post-terremoto, e lui reagì diventando icona dell’unità nazionale e del buongoverno, Napolitano ha dovuto «governare», invece, la fine della Seconda repubblica e il passaggio alla Terza, ancora ignota. L'ha fatto alla sua maniera, tirando fuori del «carattere» che i suoi stessi compagni di partito pensavano fosse una sua riserva nascosta, talvolta troppo. Nel momento dell’addio, critici e sostenitori, dovranno ammettere, però, che le «tante prime volte» di King George ne fanno il presidente più importante, finora, della storia repubblicana.
La prima e ultima volta
di Peppino Caldarola