Il sacco del made in Italy continua, sistematico e sempre più capillare. Approfittando della crisi che ha mandato in rosso i conti di gran parte delle imprese e reso difficile l’accesso al credito, sono sempre più numerose le industrie straniere che si affacciano al confine italiano per fare shopping a prezzi da saldo. Mettere le mani sui gioielli dell’imprenditoria italiana è diventato più facile, complice anche un governo poco incline a politiche difensive ed entrato nella logica che sono benvenuti capitali freschi anche se stranieri. Eravamo abituati alla bulimia francese che nel giro di pochi anni ha fagocitato tutto il nostro settore alimentare (Parmalat, Galbani, Eridania), il lusso (Bulgari, Gucci, Bottega Veneta, Pomellato, Loro Piana) e l’energia (Edison). Senza dimenticare il comparto bancario con Bnp-Paribas diventata azionista di controllo di Bnl e Crédit Agricole, azionista di controllo di CariParma. Hanno fatto clamore le acquisizioni sistematiche dei cinesi e degli arabi e si è parlato di colonizzazione da parte dei potenti fondi di investimento anglosassoni. Un fenomeno però, non meno pericoloso, è passato quasi inosservato. Si tratta dello shopping sistematico e intensivo della Germania che ha messo gli occhi sul cuore del sistema imprenditoriale italiano: le piccole e medie imprese, quelle un tempo ricche e ora in difficoltà, ma che sono ancora competitive soprattutto nell’alta tecnologia. Secondo la Kpmg dal 2010 a oggi il 55% delle circa 50 operazioni «Germania su Italia» ha riguardato il settore «industrial». Soltanto nei primi dieci mesi del 2014, ben 18 imprese tricolore sono passate in mani tedesche. A queste censite al 30 settembre da Kpmg se ne aggiungo altre cinque prese successivamente: le motociclette MV Agusta, la trevigiana Happy Fit acquisita da McFit (catena tedesca del fitness leader in Europa), la bergamasca Clay Paky, leader mondiale delle luci usate nei grandi eventi, dai concerti di Lady Gaga alla notte degli Oscar, passata alla Osram. Poi la bolognese Egs, specializzata in protesi digitali e 3D per odontoiatria, aerospaziale e automotive, rilevata dal gruppo Heraeus Kulzer. La multinazionale Wika, miscelatori di pressione, ha messo le mani sulla milanese Ettore Cella, da anni suo fornitore, specializzata in termostati per l’industria chimica e Oil&Gas. Un attacco in piena regola che procede indisturbato. E mentre i cinesi hanno tecnologie diverse da quelle italiane, i tedeschi operano sullo stesso mercato italiano e sono i nostri più diretti competitor. Con il vantaggio che la Germania ha un avanzo commerciale che non intende correggere. Non solo. Le regole bancarie europee e i criteri di bilancio a cui sono sottoposte le nostre banche rendono più difficile l’erogazione del credito. Il Financial Times è stato il primo a sollevare il caso, poi rilanciato dall’Huffington Post. In un’inchiesta di febbraio scorso il quotidiano finanziario ha sollevato il tema dello shopping strategico tedesco che si sta nella zona di crisi, dove possono venire in aiuto delle medie imprese italiane che spesso devono lottare per ottenere l'accesso al credito.
Le mani tedesche sul made in Italy
Berlino punta al cuore produttivo italiano. In soli 10 mesi comprate 18 imprese
