Politica

L’inchiesta finisce dritta in Regione

Seguendo alcuni consiglieri indagati, la procura ora punta alla Pisana. Nel mirino anche politici e funzionari vicini al governatore del Lazio

La "penetrazione" criminale era costante. Fin dentro il Consiglio regionale, nei ruoli istituzionali più rilevanti della Pisana. Perché il «mondo di mezzo», quella mafia dalla triplice faccia, violenta, economica e politica, non doveva incontrare ostacoli amministrativi e burocratici. Il quadro investigativo è ben chiaro, anche se col passare dei giorni il mosaico assume contorni ancor più nitidi circa il potere acquisito dal boss Massimo Carminati, l’ex braccio armato della banda della Magliana che negli anni è riuscito a stringere «rapporti» con il «mondo politico e finanziario», con «appartenenti alle forze dell'ordine» e con i «servizi segreti». L’indagine coordinata dal procuratore capo Giuseppe Pigiatone, dall’aggiunto Michele Prestipino e dai sostituti Paolo Ielo, Giuseppe Cascini e Luca Tescaroli ora ha una nuova e più importante pista, che porta direttamente alla Regione Lazio. Gli accertamenti investigativi dei carabinieri del Ros (Reparto operativo speciale) del Lazio, al comando del colonnello Stefano Russo, avrebbero fatto luce su un "sistema" per raggiungere direttamente anche la Giunta regionale. Di certo c’è che i presunti referenti del clan nei rapporti col mondo politico-istituzionale, sarebbero , con Fabrizio Testa, anche Riccardo Mancini, ex amministratore delegato dell’Ente Eur,; Franco Panzironi ex direttore generale di Ama. Gli accertamenti del Ros dimostrerebbero un loro ruolo apicale nell’organizzazione, per quanto riguarda i rapporti con la pubblica amministrazione e la politica. Agli atti risultano intercettazioni abbastanza eloquenti sul potere di penetrazione del clan. C’è, per esempio, un’intercettazione ambientale all’interno dell’ufficio di Salvatore Buzzi, nella sede della Cooperativa 29 giugno in via Pomona. A discutere con Buzzi di «milioni di euro», ci sono il manager Fabrizio Testa, Carlo Guarany, Claudio Bolla, Claudio Caldarelli e il boss Massimo Carminati. Il gruppetto parla di "intrallazzi" politici e quattrini che devono essere indirizzati verso i business seguiti dal clan. «Il verde al bioparco - dice Caldarelli - che se riuscissimo a pigliassero proprio tutto...vaffanculo...». «Non hai capito - interviene Testa - a me me dovete dà... fino all’ultimo momento me dire è questo...poi lui va dà e quelli sono soldi che partono da … ricordati che passano...non passano dal bilancio cioè...passa sui tetti di Zingaretti (…) sono soldi della Presidenza...quindi da là direttamente...quindi non c’è problema». Al riguardo il governatore ha precisato a Sky Tg24 che «il fatto che nelle carte ci siano delle persone che chiedono ad altre di poter parlare con me dimistra che con me non avrebbero mai potuto parlare».Negli atti, inoltre, c’è spazio anche per altre forme di accordi in cui la fa da padrone Testa. Stando al contenuto delle intercettazioni questi si attiva per convincere Luca Gramazio a dare l’incarico a Giovanni Quarzo di presidente della Commissione trasparenza del Comune di Roma. Le conversazioni, come riassunte dagli investigatori, sono interessanti in quanto si parla di Michele Baldi, ex consigliere comunale, con trascorsi in Alleanza nazionale, Forza Italia e approdato nel centrosinistra «primo nella lista che porta il nome di Zingaretti - si legge -, eletto a capogruppo della stessa in consiglio regionale». Baldi, stando ad un altro consigliere, avrebbe dovuto muovere pressioni sul consigliere Cosimo Dinoi (secondo Testa «è un uomo suo») per smuovere gli equilibri politici e ottenere l’incarico.

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