Politica

Prodi cavalca l’onda e diventa anti Ue

Interviste, convegni, dichiarazioni. La strategia dell’uomo che ci ha rifilato l’euro e ora attacca Bruxelles

Bella è la politica quando diventa tensione umana. Complessità emotiva che rende difficile capire, per chi osserva, dove «il protagonista» vuole andare a parare. È il caso del recente, ritrovato, attivismo mediatico di Romano Prodi. E, soprattutto, delle sue posizioni sull’Europa, assolutamente in linea con quel sentimento di delusione che, pur esprimendosi ad intensità varie nel dibattito pubblico e nella società è comunque attraversato da un filo rosso: l’Unione, così com’è, non va. Il Professore, in questi giorni, è tornato in cattedra e boccia la sua creatura più illustre, quell’Ue che lui, o meglio anche lui, ha avvolto in fasce e messo in culla. «Se continua così, si distrugge» (ieri, a Torino). E ancora: «Oggi all’Ue manca l’Europa, l’idea stessa di quel che vuole essere» (sempre ieri, intervistato da La Stampa). E poi il richiamo alla Germania, che «deve unire alla leadership la responsabilità» (ad una platea di studenti della Bicocca di Milano) e la condivisione, tre giorni fa in un’intervista ad Avvenire, della sferzata del Papa all’Europarlamento, puntando il dito contro un’Unione che «sembra proprio rinunciataria». Senza rinunciare a una puntura di spillo alla politica estera comunitaria, di cui il Prof non approva tempo perso sul nodo Libia (intervista al Manifesto, 13 novembre). E poi ancora, rispondendo alle domande della rivista Limes, l’amara constatazione: «All’Europa della speranza e dei passi in avanti è subentrata l’Europa della paura». Dove quella della speranza, ovviamente, era la sua. Perché Prodi fu Presidente della Commissione Europea, dal 1999 al 2004. Erano gli anni della grande retorica sulla moneta unica, che avrebbe dovuto suggellare, cosa mai avvenuta, l’integrazione anche politica degli Stati Membri. Anzi, sono state abbattute anche quella sociale ed economica. Gli italiani avevano sperimentato già l’inghippo, mettendo mano al portafogli per l’Eurotassa, nel 1996. Il governo di allora, guidato proprio da Prodi, agli italiani a Capodanno regalò non le lenticchie, ma un cetriolo, e il 30 dicembre 1996 con un decreto varò una manovra da 4.300 miliardi di lire necessaria a rientrare nei parametri di Maastricht per accedere nell’area euro. Tre anni dopo, di quella tassa si ebbe una compensazione al 60% solo sul capitale versato esclusi gli interessi. E Prodi, allora, era già a Bruxelles, aspettando quel gran giorno dell’ingresso in circolo della moneta unica, il primo gennaio 2002, che salutò mediaticamente regalando un mazzo di rose rosse e bianche alla consorte. «È l’inizio di una nuova storia europea» disse allora, e nei mesi successivi si impegnò ad alzare barricate contro le associazioni dei consumatori, che denunciavano aumenti dei prezzi, escludendo «rincari generalizzati che possano avere un impatto significativo e permanente sull’inflazione». Sappiamo tutti, poi, com’è andata a finire. Quella «nuova storia europea» oggi è in cocci, e a raccoglierli si è precipitato anche il Professore bolognese. Tra l’altro con una notevole verve tra convegni e colloqui ai giornali. Resta la domanda iniziale: perché? Come diceva Andreotti, a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca. E pensando male si arriva lassù, al Colle più alto, dove tra qualche mese la principale poltrona sarà vuota. Mai come ora «piacere alla gente» è un presupposto fondamentale per poterla occupare. E alla gente, ora non piace l’Europa. Dal canto suo, Prodi ha già affermato di «non avere alcuna intenzione» di andare al Quirinale. Liberissimo lui di dirlo. Liberissimi, noi, di non crederci.

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