Politica

Perché Scajola è ancora agli arresti?

Ancora un no alla libertà, arrestato 5 mesi fa è ai domiciliari. Il 22 il processo Il suo avvocato: «Non pensa a fuggire e non può inquinare le prove»

Un (ex) ministro dell’Interno, Claudio Scajola, un (ex) presidente di uno stato sovrano, Gemayel, e il rampollo di un ricco imprenditore condannato in via definitiva a cinque anni di reclusione (ridotti a tre dalla Cassazione una manciata di settimane fa) per concorso esterno in associazione mafiosa, Amedeo Matacena Jr: ha i contorni della spy story la vicenda che ha portato agli arresti dell’ex ministro forzista.   SPY STORY Una vicenda in salsa affaristico-mafiosa che sbarcherà davanti al giudice il prossimo 22 ottobre – data della prima udienza del processo con rito immediato chiesta e ottenuta dalla procura nazionale antimafia e dalla distrettuale di Reggio Calabria – e che vede Scajola ancora in regime di arresti domiciliari. «È assurdo che il nostro assistito sia ancora confinato ai domiciliari – tuona l’avvocato Giorgio Perroni – non esistono i presupposti per nessuna esigenza cautelare: di certo non la fuga, visto che Scajola non ha mai fatto nulla per sottrarsi al giudizio. Lo stesso discorso vale per la possibilità di inquinamento delle prove, che è semplicemente impossibile». Gli indagati infatti sono già a giudizio, disposto dal Gip con la formula che esclude il passaggio attraverso l’udienza preliminare «e quindi è evidente che gli inquirenti abbiano già raccolto le prove che ritengono necessarie a provare la colpevolezza degli indagati, quindi, tecnicamente, l’esigenza non esiste. Lo stesso discorso va fatto infine per l’ipotesi di reiterazione del reato, visto che il buon Matacena – prosegue il legale che segue il caso assieme all’avvocato Belsuito – ha ottenuto rifugio a Dubai, e non avrebbe senso pensare che Scajola si possa muovere per fare estradare Matacena in Libano, paese che tra le altre cose ha già concesso l’estradizione a Marcello Dell’Utri. Facciamo il processo e buonanotte ai suonatori, ma restituite la libertà a Claudio Scajola che a distanza di cinque mesi dall’arresto è ancora confinato ai domiciliari».   IL RICORSO DELLA PROCURA Sul procedimento che vede alla sbarra, a vario titolo otto indagati, tra cui la segretaria di Scajola e la moglie di Matacena, Chiara Rizzo – che in questa ingarbugliata vicenda assume le vesti della femme fatale che si muove per garantire l’impunità a Matacena stesso – pende ancora il ricorso che la Procura ha presentato, per tre volte, sul rigetto da parte del primo giudice, dell’esclusione dell’aggravante mafiosa per gli imputati. Nella richiesta di arresto infatti i pm scrivevano dei due maggiori indagati come «inseriti in un circuito criminale ben più ampio, visto il ruolo di Matacena in ambito "ndranghetistico" ricostruito dalla sentenza di condanna» e che l'ex ministro, aiutandolo «agevola una pedina indispensabile per il sistema criminale di cui la 'ndrangheta fa parte e agevola la 'ndrangheta in ambito politico imprenditoriale».   IL TRIBUNALE DEL RIESAME Sulla richiesta dell’aggravante, il tribunale del riesame si pronuncerà nelle prossime ore, anche se non è detto che l’aggravante di avere favorito la cosca finisca nel procedimento «visto che hanno ottenuto il giudizio immediato senza questa ipotesi, quindi mi sembra assurdo che ora tentino di forzare la situazione reinserendola a dibattimento già iniziato. Sarebbe una violazione del diritto di difesa».   IL PIZZINO LIBANESE A suffragio delle pesantissime ipotesi d’accusa (che insistono poi su una serie di società sospette che garantivano a Matacena la possibilità di garantirsi una latitanza più che dorata nell’emirato della penisola arabica) c’è poi il fax sequestrato nello studio di Scajola ed attribuito all’entourage dell’ex presidente libanese Amin Gemayel, nel quale lo stesso Gemayel rassicurava l’ex ministro sul suo interessamento al destino di Matacena che nel paese dei cedri sarebbe dovuto arrivare con una richiesta di asilo per motivi persecuzione giudiziaria e di salute. Un interessamento «pesante» che sarebbe stato possibile grazie all’interessamento diretto di Vincenzo Speziali, figlio di un ex parlamentare Pdl che vanta entrature importanti in Libano, ma che non ha portato gli inquirenti a proseguire le indagini per verificare la fondatezza del fax. «Ma se il fax è vero – dice ancora Perroni – perché insieme a noi a processo non ci sono anche Speziali e Gemayel? Perché non è stato chiesto il giudizio immediato anche nei loro confronti? Quello che ipotizziamo è che Speziali abbia millantato contatti che non aveva o che comunque non poteva utilizzare. Ed è Scajola che si rende conto di questa situazione tanto che gli ultimi contatti registrati tra il nostro assistito e Speziali risalgono al mese di febbraio mentre gli arresti risalgono a maggio».   IL VIA AL PROCESSO Tra qualche settimana il processo prenderà il via a Reggio Calabria: in quella sede i giudici tireranno le fila di questa storia intricatissima, nel tentativo di capire che tipo di legame unisse Scajola con un condannato per mafia e quale ruolo abbiano avuto il faccendiere calabrese Speziali e l’ex presidente Gemayel «senza dimenticare – dice ancora Perroni – che Scajola non ha spostato Matacena da un garage all’altro per sottrarlo alla giustizia, ma si è battuto per vedergli riconoscere il diritto all’asilo politico, che è un principio che deve valere per tutti».

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