La legge è uguale per tutti. Ci pensa la giustizia italiana, in compenso, a partorire talvolta autentici gioielli di schizofrenia. È il caso di una storia incredibile, che arriva dritta dalla campagna viterbese. Protagoniste due famiglie di cugini agricoltori che per oltre vent’anni hanno coltivato le rispettive porzioni - confinanti - di uno stesso terreno appartenente a lontani proprietari ormai disinteressati. Dopo aver detenuto e goduto della terra per più lustri, averla bonificata e mantenuta pulita, entrambi i nuclei nel 2011 hanno infine deciso di rivolgersi al tribunale civile per vedersi riconosciuto il diritto all’usucapione delle rispettive metà del fondo. Hanno scelto lo stesso avvocato, portato davanti ai rispettivi giudici monocratici di Viterbo gli stessi testimoni, esibito le stesse prove a fronte di identiche modalità di possesso e di utilizzo dei due fondi limitrofi. Anche l’attività processuale, in base a quanto riferito dall’avvocato di entrambe le famiglie Ivano Cimatti, è stata esattamente speculare. Risultato? Due sentenze completamente divergenti. Una bianca ed una nera. La prima è arrivata ad aprile di quest’anno. E ha dato torto ad una delle due famiglie di contadini, negandole il diritto a rilevare la «proprietà superficiale» della parte di terreno coltivata per decenni. Il fondo in questione, oltre ad avere un suo lontano proprietario, è gravato da un «livello enfiteutico» (un istituto che risale addirittura all’epoca medievale) in favore dell’università agraria di Blera. La famiglia chiedeva di acquisire il diritto di enfiteusi per usucapione, cioè di diventare proprietaria del diritto di godimento pieno del fondo, pur continuando a pagare un canone all’università come prescritto da un decreto commissariale ancora in vigore dal 1939. Il giudice ha respinto, affermando in particolare che «le attività compiute» dagli attori della causa, «tra cui soprattutto va notato il pagamento del canone alla università concedente fino alla data odierna, sono chiaramente incompatibili con l’esercizio di un’attività possessoria simile all’esercizio della proprietà». Lo scorso 2 settembre, in compenso, un altro giudice dello stesso tribunale civile di Viterbo ha accolto la medesima domanda, da parte della seconda famiglia, per la proprietà superficiale dell'altra metà del terreno. «L’istruttoria svolta», scrive il giudice, «evidenzia che l’attrice da oltre vent'anni ha posseduto in via esclusiva il terreno provvedendo in proprio alla bonifica di esso, al pagamento delle spese ed alle attività di miglioramento». Tra i motivi che, secondo il magistrato, giustificano il riconoscimento della proprietà c'è anche la corresponsione alla «concedente università agraria di Blera dei canoni enfiteutici». La stessa circostanza (il versamento del balzello di servaggio all’università di agraria protratto nel tempo) viene quindi usata in un caso come prova per negare la proprietà del terreno a una famiglia, in un altro per suffragare la decisione di concederla ad un’altra. Un caso di strabismo giudiziario da manuale, secondo l'avvocato che ha assistito entrambe le famiglie. «Frutto», sostiene Cimatti, «di una legislazione antiquata, spesso di oltre o quasi cento anni, della mancata specializzazione dei magistrati e di un carico di ruolo spesso insostenibile che porta ad emettere anche 300/400 sentenze l’anno. I cittadini alla fine della fiera ne risentono e patiscono gli sbagli degli operatori della giustizia».
Stessi diritti, due sentenze opposte
Dividono un terreno, chiedono di riscattarlo e si affidano al medesimo avvocato. Ma il Tribunale, con prove e testi identici, si spacca. Spolverando il diritto medievale
