L’idea di girare “La Trattativa”, Sabina Guzzanti l’ha avuta intervistando Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, sindaco mafioso di Palermo. La premessa induce a dubitare che da quel film possa venire fuori la verità storica e processuale su Mario Mori, generale del Ros dei carabinieri, e il colonnello Mario Obinu, processati per la mancata cattura del boss dei boss, Bernardo Provenzano, e assolti. Sentirete parlare della “Trattativa Stato-Mafia” come di un dato acquisito, perché per la Guzzanti quel “patto” è «l’atto fondativo della Seconda Repubblica». Ma da quello schermo non verranno proiettati i fatti reali. Sul “pataccaro” Ciancimino, ad esempio. Due minuti due saranno dedicati a ciò che i giudici di Palermo scrivono sul figlio di don Vito? Agli atti, infatti, si legge che «l’impressione che si trae dalla globale considerazione delle sue affermazioni è che egli abbia tentato una libera, spesso maldestra e contraddittoria, ricostruzione della vicenda paterna» sulla base di «ricordi talora solo approssimativi» e «indicazioni estemporanee, anche non bene meditate, che spesso egli stesso ha successivamente smentito». La Guzzanti, nel suo film, ricorderà che il soggetto che l’ha indotta a girarlo ha, per i giudici, «una comprovata capacità di mentire ed anche di costruire, per quanto grossolanamente, documenti» a supporto dei suoi racconti «nonché una generica furbizia» non sufficiente a «preservarne l’attendibilità»? Per i magistrati, inoltre, «non può escludersi che Ciancimino abbia letteralmente inventato alcuni passaggi del suo racconto». Questo lo vedremo nel lungometraggio? Se la regista ha evitato di raccontare questa verità perché non riusciva a darsi una spiegazione sulle bugie del “pataccaro”, avrebbe potuto leggere ancora le parole dei giudici, là dove scrivono che le ricostruzioni di Ciancimino nascono da «una narcisistica propensione ad affermazioni eclatanti che gli facessero guadagnare la ribalta mediatica», allo scopo di «conquistare con gli inquirenti una posizione di forza che preservasse il patrimonio illecitamente accumulato dal padre e messo in pericolo dalle iniziative giudiziarie». Il film presentato alla Mostra del Cinema di Venezia dalla ex comica Guzzanti, difficilmente racconterà agli spettatori che Ciancimino è sotto indagine e sotto processo per calunnia e che la procura di Roma ha recentemente emesso un provvedimento cautelare nei confronti di suoi sodali per la vicenda legata alla più grande discarica d’Europa, in Romania, nella quale sarebbero state reinvestite somme provenienti dal tesoro del padre. Ma lasciando da parte Ciancimino junior e soffermandoci sui contatti tra gli ufficiali del Ros e Vito Ciancimino, troverà spazio, nel film, il fatto che nel luglio scorso il tribunale ha assolto Mori e Obinu, e anche l’ex ufficiale del Ros, Giuseppe De Donno, dall’accusa di aver favorito la latitanza di Provenzano? Altro che Trattativa. Lo scopo di Mori e De Donno «che avevano strettamente collaborato con Giovanni Falcone – si legge in sentenza - e che erano certamente animati dalla volontà di catturarne gli assassini, era quello di ottenere qualche informazione utile alla lotta alla mafia ed, in particolare, alla cattura dei suoi capi, ma anche quello di mettere fine alle stragi». Ma queste conclusioni non avranno l’onore della proiezione cinematografica. Così come a nessuno degli attori selezionati dalla Guzzanti saranno messe in bocca le parole degli altri giudici, i quali, assolvendo ancora Mori e insieme a lui Sergio De Caprio, alias il capitano “Ultimo”, per la presunta mancata perquisizione del covo di Totò Riina, hanno scritto: «Se la cattura di Riina fosse stata il frutto dell’accordo con lo Stato, tramite il quale era stata siglata una sorta di pax mafiosa capace di garantire alle istituzioni il ripristino della vita democratica sconquassata dagli attentati, ed a Cosa Nostra la prosecuzione, in tutta tranquillità, dei propri affari (…), non si comprenderebbe perché l’associazione criminale abbia invece voluto proseguire con tali eclatanti azioni delittuose, colpendo i simboli storico-artistici, culturali e sociali dello Stato, al di fuori del territorio siciliano, in aperta e sfrontata violazione di quel patto appena stipulato». E di certo la regista Sabina si sarà risparmiata anche la fatica di aggiungere il passaggio nei quali i giudici annotano che «se gli elementi di carattere logico e fattuale di cui sopra sono idonei a smentire l’ipotesi della “Trattativa Stato-Mafia” avente ad oggetto la consegna del Riina, deve concludersi che più verosimilmente l’iniziativa del generale Mori fu finalizzata solo a far apparire l’esistenza di un negoziato, al fine di carpire informazioni utili sulle dinamiche interne a Cosa Nostra e sull’individuazione dei latitanti». Una valutazione confermata dal comportamento di De Donno e Mori, che «apparirebbe viziato, ponendosi nell’ottica di una trattativa vera invece che simulata, da un’evidente ed illogica contraddizione, solo se si consideri che gli stessi si recarono dal Ciancimino a “trattare” chiedendo il massimo, cioè la resa dei capi, senza avere nulla da offrire». La Guzzanti, infine, sostiene di non credere che Paolo Borsellino sia stato ucciso perché aveva intuito l’esistenza della “Trattativa”, e anzi ha evidenziato l’importanza dell’inchiesta “mafia e appalti” molto cara a Giovanni Falcone. Ma il suo film ricorda che quell’indagine nasce dal lavoro di Mori e De Donno? E rammenta che per quell’inchiesta la procura di Palermo predispose l’archiviazione il 13 luglio 1992, a ridosso della morte di Borsellino, e la ottenne venerdì 14 agosto 1992?
La trattativa che non c’è. Le omissioni della Guzzanti
L’idea di girare “La Trattativa”, Sabina Guzzanti l’ha avuta intervistando Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, sindaco mafioso di Palermo
