Politica

Le metafore sbagliate dei leader

segue dalla prima paginaPer difendersi da chi gli chiedeva di fare un passo indietro dopo la gaffe, Tavecchio si è lamentato pubblicamente: «Mi hanno trattato come l'assassino di Kennedy». Ora, per...

segue dalla prima pagina Per difendersi da chi gli chiedeva di fare un passo indietro dopo la gaffe, Tavecchio si è lamentato pubblicamente: «Mi hanno trattato come l'assassino di Kennedy». Ora, per fare la vittima Tavecchio avrebbe potuto utilizzare molte metafore relative ai «grandi cattivi della storia». Hitler e i nazisti sono ormai troppo inflazionati, ma restano pur sempre i terroristi di ogni latitudine, i barbari che razziarono l'Antica Roma, dozzine di serial killer assortiti, senza contare le varianti «fantasy» come vampiri e zombie. Una metafora, per funzionare, deve coinvolgere a livello emozionale il proprio pubblico, utilizzando miti e archetipi che affondano nella coscienza profonda di ciascuno. Tavecchio, al contrario, ha utilizzato uno degli episodi più oscuri e controversi della storia occidentale, che ancora oggi fa dibattere i teorici delle cospirazioni in tutto il mondo. E forse l'ignoranza non basta a spiegare questa sua, ennesima, uscita infelice. Il caso di Tavecchio, però, impallidisce di fronte alle frasi con cui il governatore del Veneto, Luca Zaia, ha paragonato l'esondazione del torrente Lierza a un «piccolo tragico Vajont». Qui non è questione di mettere sulla bilancia le duemila vittime del 1963 con le quattro di qualche giorno fa. I morti non si pesano, ma le parole sì: e quelle di Zaia dimostrano un'abissale mancanza di spessore che neppure duemila visioni (forzate) del monologo teatrale di Marco Paolini potrebbero curare. Nella coscienza collettiva del paese, poi, e soprattutto dei veneti, le responsabilità del Disastro del Vajont sono da attribuire alla società elettrica SADE (che volle costruire la diga ad ogni costo) e, in generale, alle istituzioni. Cosa voleva fare, dunque, Zaia? Confessare? «Le favole - scriveva G.K. Chesterton - non servono per dire ai bambini che i draghi esistono. Questo, i bambini, già lo sanno. Le favole servono per dire ai bambini che i draghi si possono uccidere». Dovrebbe essere, quello descritto dallo scrittore inglese, lo scopo nobile di ogni narrazione, il fine ultimo di ogni metafora. Ma questo è possibile solo quando i narratori, gli «storyteller», sono all'altezza della situazione. Visto come vanno le cose in Italia, sarà meglio iniziare a preparare qualche «rifugio anti-drago».

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