Politica

Poidomani: «Pressioni, errori e autocensure. Ecco perché l’Unità ha chiuso»

Parla l'ex amministratore delegato dal 2001 al 2008. È stato tra i fondatorei de Il Fatto Quotidiano

«La chiusura dell’Unità? È un dolore immenso». Giorgio Poidomani è stato amministratore delegato dell’Unità dal 2001 al 2008. Tra le sue creature, il Fatto quotidiano fondato insieme ad Antonio Padellaro. Cosa pensa della chiusura dell’Unità? «Un dolore immenso. Non solo perché è una testata storica, ma per le persone che ci lavorano: le conosco una a una e immagino che queste ore siano molto dure. Penso a chi ha tra i 40 e i 50 anni avrà difficoltà a ricollocarsi altrove. Quelle persone sono per me volti, storie». Cosa non ha funzionato? «Prima di tutto il crollo delle vendite in edicola. È una tendenza diffusa, con una eccezione: considero il Tempo un miracolo nel panorama editoriale, mi pare sia l’unico giornale davvero in crescita di copie. La Repubblica è sotto le 260 mila copie: arrivava anche a 600 mila. Poi altri fattori. Tra i responsabili non mi sottraggo neanche io: nel 2001 e nel 2002 ho firmato bilanci molto positivi, dal 2003 in poi un calo impressionante. Con la direzione di Colombo abbiamo raggiunto 120mila copie. Al G8 di Genova 2001, nel totale vuoto della politica, mentre Fassino non aveva aderito alla manifestazione del sabato, l’Unità inviò ben 5 giornalisti. Eravamo l’unico riferimento della sinistra. Colombo era ritenuto l'unica voce ufficiale di un partito in crisi d'identità: una posizione netta di sinistra, sembrava Trotsky, e al di là delle strategie, c’era un mercato che ci sosteneva». Poi cos’è successo? «Le copie hanno cominciato a flettere e non abbiamo più sostenuto il rapporto tra costi e ricavi. Nel luglio 2008, con il cambio di proprietà e l’arrivo il Presidente della regione Sardegna, Renato Soru, furono inseriti nuovi giornalisti, e pubblicammo le pagine a colori: i costi aumentarono notevolmente». La politica quanto premeva sulla linea del giornale? «Avevo rapporti con Fassino e con il tesoriere del partito. Si lamentavano di alcuni articoli, ma né Colombo né Padellaro si sono mai fatti condizionare. Colombo che rispondeva al segretario dei Ds? Non ci pensava neanche a prestargli attenzione». Quali erano, se c’erano, le vere pressioni? «Tutti i giornali sono condizionati dagli editori, tranne chi non ne ha, come il Fatto quotidiano. Sia perché intervengono direttamente, sia perché interviene l’autocensura. Quando Massimo Mucchetti, sul Corriere della sera, scriveva sul referendum contro Marchionne, criticando la Fiat, John Elkann gli fece un cazziatone. Oliviero Beha, che scriveva di sport per il Corriere della sera, mi raccontò che il suo direttore era stato chiamato da Diego della Valle perché aveva scritto un pezzo contro la Fiorentina. Leggo Repubblica e noto come viene trattato il disastro di Sorgenia: in un angolino. Secondo voi De Benedetti chiama Ezio Mauro? Non lo so». Con Soru ci sono stati condizionamenti? «Quando è diventato azionista, di colpo i giornalisti hanno iniziato a scrivere della Costa Smeralda, della pastorizia in Sardegna e, le assicuro, non era Soru a chiederlo. Agisce una sorta di condizionamento mentale. Anche involontario». Quando è andato via qual era lo stato di salute de l’Unità ? «Nel 2008, ultima fase condotta da Padellaro, vendevamo circa 50 mila copie. Con l’arrivo di Concita De Gregorio, nei primi mesi, sono aumentate. E’ fisiologico quando c’è un cambio di direzione. Ricordate il primo numero, la prima pagina con la ragazza che mostrava il sedere? Ho capito subito la nuova linea, più aggressiva, non ci sarebbero stati margini di convivenza. Ho deciso di andare via». Qual è il motivo della chiusura di questi giorni? «L’organico troppo numeroso. L'euforia dei momenti d’oro aveva portato a un aumento delle pagine. I quotidiani pensano di campare con rendite parassitarie, come la pubblicità garantita, contributi all'editoria enormi, badando poco al conto economico, illudendosi di essere in una spiaggia riservata come il paradiso. Oggi un giornale dovrebbe essere snello, con meno assunti e più collaboratori. Un giornale in salute deve guadagnare dall'attività tipica: cioè dalle vendite». Non accade quasi mai. «Nei grandi giornali come il Corriere della sera o il Sole 24 ore, ogni nuovo direttore, porta con sé un certo numero di giornalisti . Così 20 o 30 persone scrivono al posto di quelli che sono già lì: è un aumento dei costi, ai quali si compensa con la pubblicità e non con le vendite». Cosa ne pensa dei finanziamenti pubblici all'editoria? «Se non ci fossero, resterebbero in vita due o tre giornali al massimo. Se guardate il bilancio del Corriere della sera vi deprimerete». Lei va via quando arriva Concita De Gregorio. «Non ci siamo piaciuti da subito: dall'analisi, allo spirito del giornale non c’era intesa. Non ha funzionato il rapporto umano. La stimo, ma non c'era quell’empatia che ho avuto con Colombo e Padellaro. Il mondo è grande: c’è spazio per entrambi. Non è stato difficile mettere in piedi il Fatto quotidiano. Bastava prendere ad esempio le esperienze negative dell'Unità». Si poteva prevedere la situazione attuale? «Certo. Non s'è voluto mettere mano a un piano di ristrutturazione e s'è preferito vendere a Soru».

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