Politica

Una Capitale che non paga mai

Roma è 93ª nella lista dei capoluoghi che onorano i crediti alle imprese. Frosinone è addirittura quart’ultima. La più virtuosa è Treviso La classifica

Un’Italia spaccata in due, con il Nord che vince nettamente la sfida con il Centro e con il Sud. È quanto emerge dalla ricerca pubblicata da Openpolis (associazione che promuove la partecipazione dei cittadini attraverso la rete) sulla velocità nel pagamento delle spese correnti dei 110 Comuni capoluogo del nostro Paese. L’analisi, effettuata sui dati del 2012, si basa sul rispetto da parte dei Comuni degli impegni presi nel corso dell’anno (servizi e acquisti) senza ricorrere a forme di indebitamento. Una pratica che ha portato a conseguenze disastrose per l’economia italiana, quanto mai diffusa nelle Pubbliche Amministrazioni, soprattutto del Centro e del Sud. Il podio dei virtuosi, infatti, appartiene tutto a quel Nord-Est che per tanti anni, prima della crisi, è stato considerato la locomotiva del Paese. In testa Treviso che è riuscita a pagare l’88% delle spese correnti, seguita da Venezia (86,5%) e da Bolzano (86%). Nella top ten, a sorpresa, troviamo Matera (4°posto) ed Enna (10°), ma il Centro-Sud è presente con soli quattro Comuni nelle prime 35 posizioni, mentre domina il fondo della classifica. La maglia nera spetta a Reggio Calabria che ha pagato solo il 38,8% dei servizi ricevuti, seguita da Napoli (45,4%) e da Frosinone (45,6%) che non superano neanche la soglia del 50%. Tra le peggiori c’è anche qualche presenza di Comuni del Nord come Alessandria che conquista il 107° posto, e Padova, che invece si piazza al 102°. Tra le grandi città, oltre a Napoli, male Firenze, Palermo e soprattutto Roma che ottiene un poco onorevole 93° posto, posizionandosi tra Siena e Terni. Tutti i 110 Comuni capoluogo presenti nella classifica di Openpolis hanno terminato l’anno con qualche forma di debito nei confronti di imprese e privati, ma la situazione della Capitale desta particolare preoccupazione, perché se è vero che i dati dell’indagine fanno riferimento al 31 dicembre 2012, nel frattempo, le condizioni economiche della città eterna non sono affatto migliorate. Anzi. Per avere un’idea basta pensare che lo scorso 19 maggio i 24mila dipendenti capitolini hanno deciso di scendere in piazza contro il taglio del salario accessorio (circa 200-300 euro in busta paga), per il primo sciopero della storia del Campidoglio. Nel mirino delle organizzazioni sindacali e dei dipendenti, il sindaco Ignazio Marino che ha più volte rivendicato di aver trovato una città sull’orlo del collasso, senza un euro nelle casse, e ha persino minacciato di bloccare la Capitale come atto di protesta dopo la bocciatura del decreto Salva-Roma. «A ottobre 2013, avevamo chiesto solo una norma che ci permettesse di chiudere un buco di 816 milioni di euro nel bilancio del Campidoglio, lasciatoci in eredità dalla Giunta Alemanno», la spiegazione di Marino che, come da tradizione, ha addossato tutte le colpe all’amministrazione precedente. Un’accusa rispedita subito al mittente dall’ex sindaco Gianni Alemanno che ha sottolineato come «ll debito della gestione commissariale, accumulato non solo da Walter Veltroni ma anche negli ultimi 30 anni, nel momento in cui siamo subentrati nel giugno del 2008 era di 12,3 miliardi di euro. Ora (giugno 2013, ndr) l’abbiamo ridotto a 8,7 miliardi». Il solito balletto delle cifre con tanto di accuse reciproche tra politici, ma a pagare le conseguenze di questi debiti sono le imprese e i privati che si trovano ad avere a che fare con le pubbliche amministrazioni. Lavori mai pagati, intoppi burocratici e tempi biblici per riscuotere quanto dovuto hanno mandato sul lastrico tantissime aziende e non è un caso che, soltanto nella capitale, negli ultimi cinque anni siano state chiuse oltre 5.400 tra piccole e medie imprese. Una situazione purtroppo sempre più diffusa in tutta Italia con conseguenze a volte drammatiche. I numeri parlano chiaro: nel 2013 sono state complessivamente 149 le persone che si sono tolte la vita per motivazioni economiche, rispetto alle 89 del 2012. Di questi, circa un suicida su due è un imprenditore. In questo caso non si registrano significative differenze geografiche: ci si suicida al Sud come al Nord, con il picco nelle regioni del Nord-Est (32 casi) che hanno una maggiore densità industriale. Dallo studio condotto da Link Lab, il Laboratorio di ricerca socio-economica dell’Università degli Studi Link Campus University, è emerso anche che la crisi economica, intesa come mancanza di denaro o come situazione debitoria insanabile, rappresenta la motivazione principale del tragico gesto, davanti alla perdita del posto di lavoro. Nel 2013 è raddoppiato anche il numero dei tentati suicidi, con gli imprenditori sempre tristemente in vetta.

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