«Dicono che volevo spara’ ad uno. Che gli volevo sparare a bordo di una moto: ma lei mi vede signor giudice? Io ce metto mezzora a sali’ su ’na machina, figurasse a sali’ su na moto». Viene fuori da un passato ingiallito dal tempo la testimonianza di Luciano Bitti, gangster di una Roma criminale ormai tramontata. Bitti ci tiene a mantenere il «rispetto» di quanti lo conoscono: vecchio, ammalato gravemente, e con una stampella come compagna perenne, l’anziano legato in passato alla banda della Magliana si è trascinato fino al banco dei testimoni dell’aula bunker di Rebibbia dove si celebra il processo principe alla nuova mafia romana per dichiarazioni spontanee. I magistrati, nell’inchiesta che ha portato in carcere una cinquantina di presunti affiliati al clan guidato da don Carmine Fasciani, lo accusano di avere pianificato una ritorsione nei confronti dell’uomo che sparò a Davide Puggioni (pusher legato alla «famiglia» di Ostia gambizzato a Tor Bella Monaca il 28 marzo scorso) ma a questo aspetto, il vecchio gangster - che ha passato più della metà della vita in galera per reati come associazione mafiosa, traffico di droga, rapina e furto - lascia solo uno spizzico di dichiarazione. Il suo cruccio è la voce che qualcuno ha messo in giro nell’ambiente della mala che lo vedrebbe come «infame». Un’accusa, per uno della vecchia guardia, più grave di quella che gli imputano i giudici. «Signor giudice io na cosa vojo di’: io so’ un criminale, non un infame. Io ho sempre dato la stecca a tutti quelli della batteria, anche a quelli che proprio non se la meritavano perché i patti so’ patti e vanno rispettati. È vero c’avevo ’na pistola ma la volevo vendere: volevo almeno mille euro ma nessuno sta dietro un vecchio ormai e mi offrivano di meno. La verità, signor giudice, è che non esistono più ’e batterie de ’na vorta - dice Bitti davanti a un’aula stupefatta - e ora ognuno fa come je pare. Ma io no. Io c’ho na parola sola». Sembra una scena di Romanzo Criminale: onore, rispetto, stecca para pe’ tutti. All’imputato (difeso dall’avvocato Stefano Valenza) quasi non importa di essere alla sbarra: il suo percorso è quasi al capolinea e l’unico suo cruccio è quello di chiarire che lui non è un infame e che il suo problema più grande era quello di organizzare il colpo della vita (probabilmente una rapina ai Castelli) ma che «ormai i mejo so’ tutti morti e dei giovani nun te poi fida’. E poi signor giudice, so’ proprio cambiati i tempi: una volta c’era il giudice istruttore che indagava, andava a fondo alle cose, studiava. E ora? Ora c’è stà il gip che firma gli arresti. Ma chi lo conosce sto gip? È cambiato tutto, io, co’ rispetto parlando, glie cambierei a testa».
«Giudice, io so’ un criminale. Non un infame»
Le testimonianza «da film» del vecchio gangster Luciano Bitti nel processo alla mafia di Ostia
