Milano, 12 luglio - Mafia, il delitto Ambrosoli, il liquidatore del «crack Satana» è già etichettato. Ma che cosa significhi in concreto questa parola, chi sia il mandante ultimo, chi siano i complici, quali le connessioni nel mondo finanziario interno e internazionale, quali i possibili risvolti politici, in quali stanze si sia decisa una «sentenza» un crimine a lungo maturato, chi siano infine i killers che hanno eseguito il delitto con eccezionale perizia professionale sono altrettanti misteri. Questo è un assassinio che parte da lontano e sarà lungo e difficile trovarne il bandolo. Di sicuro c’è che gli assassini, dopo molte esitazioni e avvertimenti, avevano una maledetta fretta. Giorgio Ambrosoli doveva infatti completare e firmare proprio stamane i verbali di una deposizione dettagliata, come lui solo poteva rendere, che lo ha visto impegnato con il giudice istruttore Giovanni Galati. Il magistrato lo aveva ascoltato per tre giorni di fila sino alle 12 di mercoledì alla presenza di tre giudici statunitensi e dei legali americani di Michele Sindona. Una testimonianza istruttoria per un altro fallimento, quella della Franklin National Bank. Difficile ora stabilire quanto potesse giuridicamente valere quella firma che ravvocato Ambrosoli non potrà più mettere, quale valore avranno le cose certamente importanti che ha detto nei tre giorni di deposizione di fronte ai magistrati e agli avvocati statunitensi; ed è anche impossibile dire come questo delitto inciderà sulle sorti del processo americano. Renderà più facile l’estradizione in Italia che fino a pochi giorni fa i nostri magistrati hanno inutilmente sollecitato ai colleghi statunitensi? Certo è che Ambrosoli ha pagato la sua tenacia, la sua caparbia ostinazione, la sua volonta di non piegarsi di fronte all’intimidazione, alle minacce che negli ultimi tempi si erano fatte ossessive. Aveva presentato persino - per quanto, come avvocato, sapeva bene quello che potesse valere - un rapporto dettagliato al giudice istruttore Ovidio Urbisci e al Pubblico Ministero Guido Viola. Era un avviso per gli altri, era un dire «non mi arrendo di fronte alle vostre minacce, io vado avanti per la mia strada» Ma, pur conoscendo tutti i rischi, ieri sera non si aspettava certo di dover morire. Tutto nella dinamica del crimine dice che si è fatto sorprendere disarmato anche psicologicamente. Dopo l’ultima deposizione in tribunale e il lavoro, nel pomeriggio, a studio, aveva chiuso la giornata con quattro amici in un ristorante di via Terraggio, zona Magenta, al centro di Milano, poco lontano da casa. Una serata tra uomini, per non sentire il peso della solitudine, in una città, che l’afa e le ferie obbligatorie spopolano. La moglie infatti, una bella signora di quarant’anni, era con i tre figli, Francesca di dodici anni, Filippo di otto e Umberto di sei, in vacanza al mare in provincia di La Spezia. Ma dopo cena, verso le dieci, era proprio l’avvocato a invitare tutti gli amici a casa, in via Morozzo della Rocca: «Beviamo qualcosa - aveva detto - e seguiamo in televisione l’incontro Righetti-Zanon». A mezzanotte, cortese come sempre, li ha riaccompagnati tutti giù. Due degli amici sono andati via a piedi. Forse per evitare agli altri due i pericoli della notte, l’avvocato ha deciso di accompagnarli, così com’era, in maniche di camicia, con la sua «Alfetta» parcheggiata proprio davanti al portone di casa. I killers erano evidentemente già appostati. È tornato dopo appena pochi minuti e ha rimesso l’auto nello stesso punto. Ha richiuso la portiera, tre giovani gli si sono fatti incontro. Uno ha chiesto: « È lei Ambrosoli?» Lui risponde: «Sì, sono io». L’avvocato ha avuto appena il tempo di rispondere e quello gli ha infilato in pieno petto quattro pallottole di un revolver. Della fuga dei tre e del complice che era rimasto nell’auto, non è rimasto che il rombo di un motore a pieni giri, lo stridio delle gomme e, forse, l’indicazione di una «127» rossa che qualcuno ora ricorda di aver visto ferma proprio di fronte al portone, sul lato opposto della strada. È stata la portiera dello stabile, avvertita dagli spari, ad uscire per prima, a riconoscerlo e a far chiamare il 113. Nel giro di cinque minuti sono arrivate due «Volanti» e un’autoambulanza, ma questa velocità non è valsa a niente. Meglio, è servita a raccogliere la testimonianza e le indicazioni dello stesso avvocato che, con un filo di voce soffocata dall’affanno e con la sua quasi incredibile ostinazione, ha voluto raccontare tutto quel che poteva. È morto sull’autoambulanza che dopo cinque minuti correva ormai invano verso il pronto socorso del Policlinico. L’interrogatorio dei quattro amici, che appena hanno saputo si sono presentati alla Mobile, cui è stata affidata l’inchiesta, non ha fornito alcun elemento in più. Eppure anche la dinamica del delitto desta qualche perplessità. L’avv. Ambrosoli e infatti uscito di nuovo a mezzanotte per caso e nemmeno lui, certamente, aveva programmato una nuova sortita a quell’ora. Sembra verosimile che i killers aspettavano che ritornasse e che non avevano potuto agire una prima volta proprio per la presenza degli amici. Poi sono stati aiutati dalla fortuna, che aiuta anche i criminali. E, se non fosse più uscito, avrebbero aspettato lì tutta la notte, con il rischio di essere fermati da una pattuglia, o erano decisi addirittura a entrare in casa? Proprio queste circostanze confermano che il delitto è collegato a quella firma, a quella deposizione che oggi Ambrosoli doveva definitivamente concludere in tribunale. Ma l’omicidio apre ancora tanti interrogativi. Ambrosoli, 46 anni, avvocato serio ma non notissimo aveva fatto cinque anni fa il colpo della sua carriera. L’incarico di liquidatore della Banca Privata affidatogli nel settembre del 1974 era di una tale mole, di un tale prestigio e importanza da costituire una svolta decisiva nella sua vita. Lo aveva ottenuto dopo aver dato prova di disinteresse e acume nella liquidazione della SFI un’altra finanziaria, seppure meno grande, che col fallimento aveva rovinato tanti risparmiatori, e al crack della Banca Privata di Sindona del finanziere siciliano, dedicava ormai per intera la sua attività e le sue giornate. Era l’unico che aveva, di fatto, abbandonato quasi ogni altra attività professionale ed era l’unico a poter conoscere la vicenda, le connessioni, gli aggrovigliati risvolti di questo clamoroso fallimento. Era partito senza altro interesse che quello di mettere ordine nelle carte e nei numeri, di veder chiaro nella attività del finanziere di Patti. Non ne era un nemico preconcetto, anche se forse a mano a mano, per necessità e onestà professionale, lo era diventato. Prima delle minacce aveva ricevuto tante offerte, tanti «buoni consigli», tante concrete proposte. Ma sempre aveva continuato diritto per la sua strada nella sua indagine. E sembra che da ultimo si fosse opposto anche ad un piano per «sistemare» globalmente la vicenda, per coprire con denaro pubblico i buchi lasciati da Sindona, per appianare in qualche maniera uno dei più grandi e clamorosi scandali finanziari che ha coinvolto tutto il Paese in questi ultimi anni: centocinquanta miliardi erogati dalla Banca d’Italia e destinati ad una serie di società collegate alla Banca Privata Italiana (...).
Ucciso il liquidatore della banca di Sindona
L’avvocato Giorgio Ambrosoli prima di morire è riuscito a rivelare che gli assassini erano in tre
