Una lunga scia di «scontri». Sono quelli ideologici e ideologizzati messi in campo negli ultimi vent’anni dai rapper italiani. Nato nelle periferie povere e degradate di New York, il rap ha nel suo Dna la denuncia e la recriminazione sociale. E il passaggio dall’altra parte dell’oceano non ha cambiato granché le linee di sviluppo del genere. In Italia il rap «impegnato» risponde, ad esempio, ai nomi di Frankie hi-nrg di cui non si dimenticano «Fight da faida», «Libri di sangue», «Potere alla parola» e «Quelli che benpensano». Quest’ultima recita: «Come le supposte abitano in blisters full-optional, con cani oltre i 120 decibels e nani manco fosse Disneyland, vivon col timore di poter sembrare poveri, quel che hanno ostentano e tutto il resto invidiano, poi lo comprano, in costante escalation col vicino costruiscono: parton dal pratino e vanno fino in cielo, han più parabole sul tetto che S. Marco nel Vangelo e sono quelli che di sabato lavano automobili che alla sera sfrecciano tra l’asfalto e i pargoli, medi come i ceti cui appartengono, terra-terra come i missili cui assomigliano. Tiratissimi, s’infarinano, s’alcolizzano e poi s’impastano su un albero, boom! Nasi bianchi come Fruit of the Loom che diventano più rossi d’un livello di Doom». E ancora l’impegno di Francesco Di Gesù contro la criminalità organizzata: «Padre contro figlio fratello su fratello partoriti in un avello come carne da macello uomini con anime sottili come lamine taglienti come il crimine rabbiosi oltre ogni limite eroi senza una terra che combattono una guerra tra la mafia e la camorra Sodoma e Gomorra Napoli e Palermo succursali dell’inferno divorate dall’interno in eterno da un tessuto tumorale di natura criminale e mentre il mondo sta a guardare muto senza intervenire». Contemporaneamente, però, nel corso degli anni ’90 si sviluppava in Italia un altro filone di hip hop combat. Quello che faceva capo all’estrema sinistra e che risponde ai nomi di 99 Posse e Assalti Frontali. Da Napoli e Roma, dai centri sociali si alzava una voce antisistema ai limiti della legalità. Luca «O Zulù» cantava: «È nato è nato è nato n’atu centro sociale occupato n’atu centro sociale occupato e mò c’o cazzo ce cacciate». Oppure assurdità tipo «Fichettini inamidati tutti turgidi e induriti se ne vanno per la strada tutti fieri e impettiti si sentono virili atletici e puristi sono merda secca al sole sono luridi fascisti. Domenica allo stadio tutti a sfogare frustrazioni accumulate in settimana ad obbedire obbedire ad un potere strumentale al capitale sissignore mi dispiace ho fatto male cala la notte messe a posto le cartelle reggono i calzoni con due comode bretelle rasano la testa anfibio bene in mostra coltello nella tasca ed incomincia la giostra». E che dire degli Assalti Frontali che parlavano di Roma come nessuno si sarebbe immaginato? «I fascisti alla porta storia strana in strada bruciata Roma è nervosa bolle col partito primo nero in casa e so che dentro ogni borgata dispersi pazzi votano come il verme della villa d’Arcore in libera caduta tra le nuvole di un’illusione bene così stanno le storie un milione di persone in piazza non basta?». E ancora. «Poi verso mezzanotte ce ne usciamo dal Forte quattro macchine pronte due e due non si sa mai con mio sollievo NCOT da dietro in moto copre il via vai ci spingiamo quasi fino al Raccordo poi respiro profondo sulla linea della metro della Tiburtina quando uno dopo l’altro vedo uscire fuori vedo nel buio di un muro un pugno di strani uno due secondi di silenzio sospeso tra spavento e conflitto coraggio se una cosa va fatta va fatta e la faccio». Oltre al rap antisistema degli anni ’90, si è sviluppato il rap della coscienza. Nato e sviluppato nel nord Italia, risponde ai nomi di Fabri Fibra e Marracash. Ma niente a che vedere con la carica «eversiva» e conflittuale degli anni Novanta.
Quando il rap diventa «scontro»
Dai 99 Posse agli Assalti Frontali. La lunga scia di rime politiche