Politica

«Li massacro subito di botte così capiscono chi comanda»

Pubblichiamo alcuni brani di «Confessioni di un trafficante di uomini». Un libro-inchiesta scritto dal criminologo Andrea Di Nicola e dal giornalista specializzato in immigrazione Giampaolo Musumeci

Pubblichiamo alcuni brani di «Confessioni di un trafficante di uomini». Un libro-inchiesta scritto dal criminologo Andrea Di Nicola e dal giornalista specializzato in immigrazione Giampaolo Musumeci che racconta il giro d’affari, i trucchi, gli agganci internazionali e le strategie di chi si arricchisce sfruttando la disperazione di intere popolazioni.   IL CAPITANO SONO IO Fuma tanto Emir, una sigaretta dopo l’altra, anche in barca mentre regge il timone seduto a poppa. Una decina di metri di scafo in legno, pitturato di blu, con il vano motore sottocoperta e un po’ di spazio per metterci le reti, altri attrezzi e ovviamente i migranti. Il suo peschereccio può portare fino a quaranta persone stipate. A Lampedusa ci è arrivato molte volte, giusto mezz’ora per scaricare i migranti e poi di nuovo rotta verso casa. Le tavole dell’imbarcazione scricchiolano sotto i nostri piedi. Il motore sbuffa pigro all’avvio, poi scoppietta allegro mentre si lascia alle spalle Kerkenna. Stavolta la linea di galleggiamento è alta, ci sono pochi ospiti a bordo. Emir conduce il peschereccio con la gamba sopra la barra del timone. (...) Racconta che al largo, in acque internazionali, a volte le onde arrivano a venti metri e i clienti piangono, vomitano. E allora bisogna rassicurarli e calmarli. Mentre ci parla dice al suo secondo di preparare altri cinque bei caffè turchi, quelli filtrati. Quando entriamo nella rivière blanche Emir gli impartisce ordini, lui scatta subito in piedi e obbedisce. (...) La tabella di marcia di Emir è molto precisa. Quando il mare è buono, si parte a mezzanotte. Al corridoio numero quattro si arriva verso le tre del mattino a luci spente. Ci si ferma, si aspetta, si dorme. Si trascorre l’intera giornata in barca per poi rimettersi in viaggio la notte successiva. A Lampedusa si approda alle sei del mattino seguente. Si passano in tutto due notti in mare, trenta ore totali. E poi si torna a Kerkenna. Salvo inconvenienti: polizia, tempeste improvvise e animi troppo accesi. Spesso tra i clienti si formano gruppetti, magari c’è gente che già si conosce oppure che viene dallo stesso paese. Scoppiano facilmente delle risse, non si fidano gli uni degli altri, litigano, si minacciano. Quando è così prendo per il collo quello più agitato, lo scuoto un paio di volte, se serve lo colpisco in faccia, poi lo minaccio nuovamente. Insomma, gli faccio capire chi è il capo. Devono capire che quando arrivano in Italia possono fare quello che vogliono, ma sulla barca io detto le regole. Prima che salgano a bordo li perquisisco, spesso hanno coltelli o altre armi.   LA LEZIONE I clienti più tranquilli sono gli africani neri, sono timorosi, se ne stanno quieti in disparte. Le teste calde sono i tunisini, sono spesso delinquenti o galeotti che magari arrivano da Tunisi o dall’interno. Sono dei piccoli boss nella loro regione o nel loro quartiere. Io li massacro subito di botte, non ho scelta. Devono capire immediatamente chi comanda. E assesto loro subito due manate in faccia come si deve. Una volta mi è capitato un tunisino troppo agitato. Prima di salire sulla barca il mio assistente gli aveva trovato una lama di rasoio nascosta in bocca. Sapete a cosa serve, no? Se sei abile a tenerla in bocca, senza ferirti, la tiri fuori con la lingua al momento giusto e apri la faccia a chi ti sta davanti. Questo tipo arrivava da Gafsa, una città abbastanza vicina, al confine con l’Algeria. Un’area molto, molto povera. Aveva circa ventisei-ventisette anni ed era bello grosso, ma soprattutto continuava ad agitare le mani. Gli ho detto di starsene calmo, altrimenti lo avrei buttato in acqua. Niente. Allora l’ho preso per il collo e gli ho rifilato due cazzotti sul naso. Gliel’ho rotto. Sanguinava come una capra. Poi ho urlato agli altri che avrebbero fatto la stessa fine. Ha funzionato. Tutti calmi e zitti. Lui è rimasto legato a piangere fino a Lampedusa.   IO SONO MOSÈ  Tramite Western Union, l’organizzatore mi manda 2000 euro. Servono per comprare un gommone con il motore da usare come tender. Per telefono mi fa: «Se tu non prendi trentuno persone avrai dei problemi». Non conosco il piano, non so nulla. Mi dice di uscire dal porto di Leucade e rimanere in rada tutta la notte. L’indomani mi avrebbe fatto sapere dove andare a raccogliere i clienti. Le coordinate mi portano in una zona rocciosa lungo la costa. Non c’è un villaggio, non un porto, niente. È notte, buio pesto. Mi avvicino, sono così attaccato agli scogli che tocco le rocce. Quei bastardi cominciano a entrare, come delle palle da biliardo rotolano rapidamente sottocoperta. Tum, tum, tum! Veloci, senza nemmeno ascoltare i miei ordini, nessuno parla inglese. Tutti dentro. Trentuno esatti, tutti maschi. La maggior parte giovani, tra i diciassette e i venticinque anni. Afgani e iracheni. Solo uno di loro ha il cellulare. Forse è lui che tiene i contatti con i capi, ma non ne sono certo. Mi stavano aspettando nascosti tra i cespugli sulle rocce. Mi dicono di andare in Sicilia ma io mi impongo: «Troppo lontano e pericoloso». Decido di andare in Puglia. Velocità quattro nodi, vado a vela e a motore contemporaneamente.   DUE GIORNI DI VIAGGIO Ci mettiamo due giorni. I clandestini stanno tutti sottocoperta, il punto di gravità deve stare sotto l’acqua. Devono rimanere lì, anche se vomitano. Se qualcuno sale, imbarchiamo acqua e moriamo. Sono duro con loro, devono stare zitti e ascoltarmi. Nessun capitano ha mai fatto questo viaggio da solo, senza equipaggio. Solo io. Nessun velista, nemmeno quelli dell’America’s Cup possono raggiungermi. Io so di essere migliore degli altri. I clandestini durante la traversata pregano. Io sono la loro unica speranza. Avrei potuto dare il timone in mano a uno di loro, prendere il gommone e tornare indietro. Abbandonarli al loro destino. Ma non me la sento di far correre dei rischi così grandi a quella gente. Sarebbe un reato. Lo è anche lo smuggling? Mosè per me è stato il primo scafista della storia! E io sono come lui, come Mosè! Una volta arrivato in acque territoriali italiane spengo tutte le luci della barca. Siamo vicini alla costa. Silenzio.

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