Politica

Armstrong e Aldrin Missione compiuta

dal nostro inviato speciale

Houston, 21 mattina - La Luna è dell’uomo! Atterrati con cronometrica puntualità sulla prima «base» lunare del Mare della Tranquillità, Armstrong e Aldrin, anticipando di quattro ore il piano prestabilito, hanno depressurizzato la cabina del modulo lunare e aperto il portello alle ore 4,40 di stamane. Un’era nuova si è aperta nella storia dell’umanità! Sulla Luna sventola la bandiera stellata, testimonianza e simbolo di una conquista che appartiene a tutto il mondo. La curiosità propria della natura dell’uomo ha vinto anche sulla fredda razionalità di Armstrong. E certo, i tecnici della NASA, autorizzando il comandante dell’Apollo 11 a sovvertire le rigide disposizioni del piano di volo, hanno voluto indulgere a quella istintiva curiosità. Quando Armstrong ha aperto il portello del LEM ed ha cominciato a scendere la scaletta del «ragno» milioni di telespettatori lo hanno accompagnato in ansiosa ed esaltante solidarietà nel suo «cammino lunare» L’impronta del piede di Armstrong è stata impressa sulla Luna alle 4,57 ora italiana. «È un piccolo passo per l’uomo, ma grande per l’umanità»: questo il primo commento del comandante il quale ha subito aggiunto che la superficie lunare «è quasi come una polvere fine, una superficie granulosa, poi sembra anche molto collosa. Posso vedere le orme dei miei scarponi». Alle 5,16 ora italiana anche Aldrin è sceso sul suolo selenico affermando: «Ha una bellezza severa tutta particolare, sembra il deserto degli Stati Uniti ma è molto bella». Quindi i due lunauti hanno iniziato la raccolta dei frammenti e dei sassi lunari che hanno «immagazzinato» nelle apposite tasche della tuta; hanno piantato la bandiera americana ed hanno scrupolosamente ispezionato le quattro zampe del LEM. Armstrong si muoveva liberamente davanti al LEM, con passo leggero a causa della minore gravità della Luna. Egli si è soffermato su questa facilità di movimento, dicendo perfino: «Mi pare che sia più facile qui che nelle condizioni di gravità lunare dei simulatori». Per quanto riguarda la finissima sabbia che ricopre la superficie lunare, Armstrong ha detto che essa può essere raccolta facilmente col pollice, e aderisce alla calzatura come polvere di carbone. Egli affonda di pochi millimetri. Alle 5,50 (ora italiana) il Presidente Nixon dalla Casa Bianca ha telefonato agli astronauti, rivolgendo loro un caloroso messaggio di felicitazioni al quale Armstrong e Aldrin hanno risposto con parole di ringraziamento. Il Presidente ha dato loro appuntamento per giovedì a bordo della portaerei che li accoglierà nel Pacifico al loro rientro dalla fantastica esplorazione lunare. Armstrong ha poi cominciato a «scartare» la targa che sarà lasciata sulla Luna con la scritta: «Qui uomini venuti dal pianeta Terra hanno posto piede primi sulla Luna, luglio 1969 A.D. Siamo venuti in pace per tutta l’umanità». La targa reca le firme dei tre astronauti dell’Apollo 11 e del Presidente Nixon. Circa la consistenza del suolo lunare, Aldrin ha detto: «Non si affonda più di un centimetro scarso». Dopo un po’ ha aggiunto: «Adesso mi accorgo che si tende leggermente a cadere all’indietro a causa della consistenza, cedevole, molto cedevole» del suolo lunare. Aldrin ha poi compiuto alcuni movimenti per sperimentare gli effetti della ridotta gravità lunare e ha osservato: «Sulla Luna, bisogna inclinarsi nella direzione verso la quale si vuole andare, altrimenti si barcolla come una persona leggermente ubriaca». Nel complesso, però, gli astronauti sembrano essersi adattati quasi subito alla forza di gravità molto ridotta (un sesto di quella terrestre) esistente sulla Luna.     CIVILTÀ NELLO SPAZIO Non staremo a ripetere le «meraviglie» meccaniche, tecniche e scientifiche: se ne è parlato, se ne riparlerà ancora, con quella dovizia di particolari che esse richiedono, sia dal punto di vista quantitativo che da quello qualitativo. Centinaia di milioni di uomini hanno potuto seguire, attraverso quegli altri prodotti prodigiosi della mente umana che sono la radio e la televisione, gli emozionanti istanti dell’«allunaggio» e dei primi passi mai stampati da essere di questa nostra Terra sul lontano ma ormai non più irraggiungibile satellite. Quelle voci, quelle immagini volavano per lo spazio, superavano d’un balzo e in un lampo montagne e foreste v e oceani, salivano sino ai satelliti roteanti nella stratosfera e ricadevano al suolo, raggiungendo ogni casa, ogni desco, ogni famiglia in attesa. Mai, mai prima d’ora, avevamo potuto tutti insieme e tutto insieme valutare appieno i portati della spettacolare accelerazione tecnica che è propria del nostro tempo, salire in cosi piena coscienza su quei vertici scagliati ad altezze vertiginose dall’incessante approfondimento delle conoscenze umane e dal coordinamento delle sue scoperte e applicazioni. Da oggi non siamo più «eguali», siamo impercettibilmente, ma immensamente, diversi da ieri. Anche se per ora non ce ne accorgiamo,come sempre avviene all’umanità quando un’epoca si chiude, quando un ciclo tramonta, quando una nuova «dimensione» della storia comincia ad articolarsi e protende verso l’avvenire le luci e le ombre di un tempo che è già nuovo. Certo, v’è qualcosa di sconvolgente in quello che è successo, in come è successo e nelle modalità stesse attraverso le quali lo abbiamo vissuto, tra l’incrociarsi di «sensazioni» che annullavano distanze favolose, da Houston ai nostri televisori, dal «Mare della Tranquillità», lassù sulla Luna, ai centri di coordinamento e di ascolto predisposti dalla NASA in tutto il mondo. E pensavamo, intanto, ai tre uomini lontani, a colui che girava intorno ai compagni nella sua orbita silenziosa e come vibrante di orgoglio e di speranza, e ai due già «scesi», che dagli oblò guardavano, occhi attenti su un panorama mai visto prima, le pareti dei crateri, i colori delle rocce, picchi e guglie che erano lì da sempre, dal tempo del primigenio della Creazione, nell’immobile silenzio che sapeva di Eternità. Sarebbe bastato un niente perché essi si perdessero, irraggiungibili per qualsiasi altra macchina umana. Ma alle loro spalle, scandivano le ore e i minuti e i secondi non solo le aspettative, le ansie, le preghiere di tutta la umanità civile, ma pulsava anche tutta una poderosa e complessa «apparecchiatura tecnologica. che trasformava istantaneamente in nuove nozioni, in altre acquisizioni scientifiche, in più ampie e profonde conoscenze ogni attimo della loro esaltante avventura oltre i limiti sin qui incatenanti l’uomo. E al centro di tutto questo, diciamolo con franchezza, ci sono gli americani, ci sono gli Stati Uniti d’America. Se l’orgoglio è di tutti noi uomini in quanto uomini e partecipi, vicini o lontani, diretti o indiretti, del progresso tecnico che a tanto ha condotto, il trionfo è tutto statunitense. È di questo grande popolo, di questa grande e multiforme Nazione che per prima ha potuto cingersi di un alloro che ha il colore e il sapore delle stelle. Di un’America, che non solo si è confermata superbamente all’avanguardia della scienza e dell’organizzazione industriale, ma che ha voluto e saputo far svolgere tutto questo sotto gli occhi del mondo, pronta, sì, a cogliere il successo più clamoroso, ma anche disposta a pagare, in caso negativo, uno smacco che avrebbe avuto per platea l’intera umanità. Mentre i russi si coprivano di vergogna, e di ridicolo con il loro satellite-spia, non è stata solo una prova di capacità tecnica quella che ha, quindi, fornito l'America, ma anche, e si potrebbe dire soprattutto, una prova di civiltà (...).

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