Politica

Rovinati e assolti. Quanti come Rosi Mauro

Da Mannino a Mastella ecco i politici che hanno pagato senza avere colpe. L’esponente leghista l’ultimo caso di personaggi poi costretti all’oblio

La «strega». La «nera». La «badante». Sono solo pochi degli insulti che ha subìto Rosi Mauro, ex vicepresidente del Senato finita nel tritacarne dello scandalo Lega. Oggi che il processo per la presunta truffa da 40 milioni di euro sta per entrare nel vivo, i pm hanno richiesto l’archiviazione della sua posizione. Non ha tenuto un euro per sè. Il suo nome sarebbe stato usato dall’ex tesoriere Belsito per coprire altri tipi di spese. Intanto, però, la sua vita è stata rovinata, così come la sua vicenda politica. Ma Rosi Mauro è solo l’ultima vittima del cortocircuito mediatico- giudiziario nel quale le indagini sono quasi sempre condanne. E le assoluzioni passano inosservate, quasi fossero un piccolo incidente di percorso. La Prima Repubblica è caduta quasi integralmente sotto la scure della magistratura. Quasi, appunto. Perché accanto a coloro che sono passati indenni attraverso Tangentopoli, ci sono anche quelli che nella bufera ci sono finiti, ma ingiustamente. È il caso di Rino Formica, esponente socialista che nel 1993 riceve il primo avviso di garanzia per una vicenda di mazzette. Nel 2010, 17 anni dopo, i magistrati d’appello lo scagionano: «Non ha commesso il fatto». La sua vita politica nel frattempo è stata annientata. Dalla stessa epoca arriva Calogero Mannino. Nel suo caso l’accusa è ancora più infamante: concorso esterno in associazione mafiosa. Le indagini si aprono nel 1994. Sedici anni dopo, al termine di una vicenda giudiziaria tormentata, la Cassazione archivia tutto perché «il fatto non sussiste». Sui presunti rapporti dei politici con Cosa Nostra si potrebbe scrivere un libro. Al di là del caso scuola, quello di Andreotti (i sospetti di «mafiosità» gli costarono la corsa al Quirinale) nella memoria è restata la vicenda dell’ex ministro Saverio Romano, che ha dovuto aspettare dieci anni, dal 2002 al 2012, per essere scagionato dall’accusa di concorso in associazione mafiosa. I membri dei vari governi sono tra i più bersagliati (ingiustamente) dai pm. Ricordate Carmelo Conte? Fu ministro per le Aree Urbane dal ’91 al ’93. Negli stessi anni le accuse di collusione con la Camorra. Erano campate in aria, ma per archiviarle ci sono voluti vent’anni. Poi ci sono quelli che hanno avuto la forza di rialzarsi. Francesco Storace è uscito pulito dallo scandalo del Laziogate, una presunta storia di spionaggio che «piombò» nella corsa alla rielezione alla Regione lazio, poi persa. Ma ha continuato a fare politica e ha provato a riprendersi la poltrona, senza successo, nel 2013. E ancora, Clemente Mastella: più volte indagato, nemesi dell’ex pm Luigi De Magistris, finora è sempre uscito pulito dai vari processi in cui era coinvolto. Per chiudere con Claudio Scajola. Prima che esplodesse il caso-Matacena, un’assoluzione piena aveva archiviato la gogna per la casa del Colosseo. In attesa di scoprire come finirà la nuova vicenda che lo ha investito, è utile ricordare l’articolo 27 della Costituzione: l’imputato non è considerato colpevole fino alla sentenza definitiva di condanna.

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