Politica

Sangue, sputi e calci Così bloccano i rimpatri

Ecco come lievitano i costi delle scorte alle frontiere. Tutti i trucchi a bordo dei jet per fermare i voli

Il viaggio della speranza. Non è solo quello dei clandestini che arrivano in Italia, ma quello dei poliziotti che devono rimpatriare chi non ha diritto a restare qui. E la speranza, in questo caso, non è solo di arrivare sani e salvi a destinazione e consegnare il clandestino alle autorità locali. La speranza è che quel viaggio non si debba ripetere per accompagnare una seconda volta la stessa persona. Ma è quello che accade facendo inevitabilmente schizzare i costi dei rimpatri fino a 25 mila euro per ogni clandestino accompagnato oltreoceano. Dal 2010 a oggi la sola Prefettura di Roma ha rimpatriato 3680 persone, una modestissima parte rispetto ai 19.150 decreti d’espulsione firmati dal Prefetto. Quei rimpatri ci sono costati una tombola, pur se in parte rimborsati dalla Comunità Europea: circa 9 milioni di euro. Ma com’è possibile arrivare a spendere così tanto per rimpatriare i clandestini? Cerchiamo di raccapezzarci sommando i costi che lo Stato deve sostenere per pagare le trasferte ai suoi agenti e ascoltando i racconti degli uomini dell’Immigrazione che un giorno qualsiasi di quest’anno, senza pistole ma armati di infinita pazienza, hanno tentato di rimpatriare un sudamericano che era riuscito già a farla franca. Il nostro viaggio inizia dal Cie di Ponte Galeria, di pomeriggio. Una pattuglia, due uomini e una volante, attende all’interno del cortile la consegna dell’ospite. Lo carica a bordo. Destinazione aeroporto Leonardo Da Vinci, Fiumicino. Ad attendere la volante ci sono tre agenti di polizia. Non portano l’arma d’ordinanza. Tre persone, perché il soggetto da scortare ha già dato in escandescenza una volta costringendo a rimandare il rimpatrio. E poi è un volo di 20 ore, un giorno di riposo all’arrivo dopo la consegna, altre 20 ore di volo per il ritorno. In tutto quattro giorni di viaggio. Quella che in gergo sbirresco comunemente viene chiamata «un’ammazzata». Bisogna essere vigili, attenti a non chiudere gli occhi. Lo straniero potrebbe approfittarne per gettare nel panico i passeggeri del volo di linea. Perché non un charter? «Ormai i charter non si fanno più. Sono rari. La maggior parte dei Paesi stranieri non accettano tanti rimpatri in una volta sola. È già tanto se se ne riprendono uno alla volta». Occhi aperti, dunque. Lui farà di tutto per non varcare le frontiere del suo Paese. In Italia probabilmente ha dei cari, ha nascosto dei soldi. Tornerà, c’è da scommetterci. Fece scalpore il video girato con un telefonino a bordo di un volo di linea da un passeggero in cui si vedeva un clandestino imbavagliato. Quell’uomo era malato. La sua unica chance era di utilizzare lo spauracchio della malattia per fermare il volo. Sputava contro i poliziotti, contro i passeggeri. Gli agenti fecero la prima cosa che gli venne in mente e per questo sono stati messi alla gogna. «Tanti si mordono la lingua o le labbra e iniziano a sputare. Altri si tuffano letteralmente contro le altre persone», racconta un agente. Nella maggior parte dei casi il comandante decide di non partire. O meglio il volo parte senza poliziotti e clandestino. Mentre gli uomini dell’Immigrazione, allo scalo Da Vinci, completano le ultime pratiche per l’imbarco del sudamericano, i colleghi raccontano: «Ricordo che una volta - dice Mario, nome di fantasia - si partiva con un volo di linea per l’Africa. Metà dei passeggeri erano prostitute da rimpatriare, credo fossero nigeriane. L’altra metà turisti e uomini d’affari. Dinnanzi ai nostri occhi, a un certo punto, si manifestò uno spettacolo allucinante: sedili, cappelliere e poggia teste erano stati sporcati con escrementi e sangue dalle prostitute che prima di imbarcarsi avevano ingerito lassativi e pillole per facilitare le mestruazioni. Fu il delirio. Eravamo totalmente impreparati ad affrontare una situazione del genere. Quelle ragazze erano scatenate, molte si dichiaravamo malate di aids. Fu una guerra per fermarle e traquillizzarle con i passeggeri completamente terrorizzati e in fuga dall’uscita di servizio. Una scena che si è ripetuta troppe volte, indegna di un Paese civile». Salutiamo i poliziotti con la promessa di risentirci al ritorno del viaggio. Invece passano poche ore e il telefono squilla. È uno di loro, l’avevamo lasciato poche ore prima a Fiumicino: «Niente da fare. Il comandante non ci ha fatto partire. Quello ha dato di matto un’altra volta. L’abbiamo riportato a Ponte Galeria». Due tentativi andati a vuoto. Il sudamericano, pregiudicato, può cantare ancora vittoria. La prassi è questa. L’Ufficio immigrazione lo sa e per questo acquista biglietti aerei «aperti». Costano il triplo ma se «perdi il volo» non perdi tutti i soldi. Il biglietto aereo degli agenti è costato più di 4 mila euro. Quello del clandestino 3 mila. Lo Stato ha speso 150 euro al giorno come rimborso «di missione» per ogni agente. Con questa cifra i poliziotti devono pernottare, pranzare e dormire. Gli spostamenti sono compresi nel prezzo. Se aggiungiamo il costo di una permanenza media nel Cie di due mesi (40 euro al giorno più i benefit, tra cui sigarette e schede telefoniche), la spesa supera abbondantemente i 22 mila euro. Un salasso per lo Stato. E poi ci sono i poliziotti che rischiano, senz’armi, in Paesi che non sono «amici» dell’Italia. Come è accaduto a un agente rapito mentre consegnava alle autorità locali un clandestino. Ma questa è un’altra storia, ve la racconteremo domani.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.