Il governo si tiene dunque sostanzialmente prudente. Al punto che nel Def arriva a confessare che l’impatto delle riforme sarà "debole" nel 2014 e via via più consistente negli anni successivi. «Il quadro che emerge - si legge nel Documento - suggerisce come l’effetto espansivo delle riforme si manifesti debolmente nel corso del 2014 per poi risultare via via più pronunciato nel corso degli anni successivi. A seguito del piano di riforme il pil risulterebbe maggiore di 0,3 punti percentuali nel 2014 rispetto allo scenario di base per raggiungere gradualmente nel 2018 un livello di 2,2 punti percentuali più elevati rispetto allo scenario di base». Nel testo del governo si legge che un taglio dell’Irpef per circa 10 miliardi a regime attraverso coperture con la revisione della spesa. I lavoratori dipendenti sotto i 25mila euro di reddito lordi, circa 10 milioni di persone, avranno in busta paga un ammontare di circa 1.000 euro netti annui a persona. Previsto anche un taglio dell’Irap per le aziende di almeno il 10% attraverso il contemporaneo aumento della tassazione sulle rendite finanziarie. C’è poi un’altra novità importante. Il governo non torna indietro sul piano delle dismissioni. Infatti, del Documento c’è scritto chiaro e tondo che il piano di privatizzazioni produrrà introiti attorno a 0,7 punti percentuali di Pil all’anno, circa 12 miliardi, dal 2014 e per i tre anni successivi. Sembrano così smentite le idiscrezioni dei giorni scorsi secondo cui Renzi stesse immaginando una frenata sul piano delle privatizzazioni. Si va avanti sulla strada delle riforme che, a giudizio del governo, avranno un effetto macroeconomico crescente. Le misure prese in considerazione sono la riduzione del carico fiscale per le famiglie e le imprese, mediante una riduzione di tipo selettivo dell’imposizione Irpef e una diminuzione dell’Irap, gli interventi selettivi di contenimento della spesa pubblica, il pagamento dei debiti commerciali della Pubblica amministrazione, gli interventi programmati in materia di mercato del lavoro e mercati dei prodotti (Jobs Act, liberalizzazioni e semplificazioni). «Il quadro che emerge -si legge nel Def- suggerisce come l'effetto espansivo delle riforme si manifesti debolmente nel corso del 2014 per poi risultare via via più pronunciato nel corso degli anni successivi. In particolare, a seguito del piano di riforme, il Pil risulterebbe maggiore di 0,3 punti percentuali nel 2014 rispetto allo scenario di base, per raggiungere gradualmente nel 2018 un livello di 2,1 punti percentuali più elevato rispetto allo scenario di base». Più nel dettaglio la maggiore crescita del Pil sarà dello 0,9% nel 2015, dell’1,3% nel 2016 e dell’1,7% nel 2017. Quanto all’evoluzione degli aggregati di finanza pubblica, il piano di riforme per il rilancio dell’economia, si legge nel Def, «è disegnato in modo da prevedere interventi che garantiscano la piena copertura finanziaria delle misure espansive. A partire dal 2015 il rapporto indebitamento-Pil mostra invece un progressivo miglioramento rispetto allo scenario di base via via crescente nel corso degli anni successivi fino a risultare pari a 0,4 punti percentuali nel 2018». Riguardo al rapporto debito-Pil, «nel 2014 e 2015 si registra un deterioramento rispetto allo scenario di base ascrivibile alle riforme e un suo progressivo miglioramento negli anni successivi che raggiunge, nel 2018, 1,9 punti percentuali rispetto allo scenario in assenza delle riforme». Considerando il debito pubblico (in rapporto al Pil) al netto dei debiti commerciali della Pa, «vi sarebbe un miglioramento rispetto allo scenario di base già dal 2014 e risulterebbe negli anni successivi di entità più pronunciata, pari a 3 punti percentuali nel 2018».
Padoan prudente: cresceremo meno
Approvato il Def, la disoccupazione salirà ancora quest’anno per poi scendere nel 2015. «Il taglio del cuneo fiscale non avrà effetti immediati sullo sviluppo». Confermate le privatizzazioni
