Politica

Coldiretti: «Alimenti a rischio. I dati sono segreti»

Il presidente Moncalvo: nei nostri prodotti ingredienti cinesi e nordafricani. Il consumatore non ha informazioni e non sa cosa mangia. Serve trasparenza

«Ogni anno entrano sul mercato italiano centinaia di tonnellate di alimenti prodotti in altri Paesi. Non sappiamo come siano coltivati, se vengano utilizzati trattamenti vietati perché dannosi per la salute. Ebbene tutti i flussi sono tracciati, i dati li conserva il ministero della Salute, ma non sono resi pubblici perché considerati dati sensibili. Non essendoci trasparenza non c’è nemmeno l’obbligo di indicare in una scatola di pomodori quanto concentrato fatto in Cina è stato utilizzato nella produzione». L’allarme sul fatto che quanto finisce sulla nostra tavola può potenzialmente avere qualità inferiore, e a rischio, rispetto agli standard qualitativi italiani, arriva dal presidente di Coldiretti, Roberto Moncalvo. Vuol dire che quello che mangiamo è sempre a rischio? Non conosciamo la provenienza di quegli alimenti utilizzati in un prodotto. Non c’è obbligo di dichiarare nell’etichetta in che percentuale si usano prodotti made in Italy al 100% e quanto di quelli importati. Un esempio? Prendiamo la passata di pomodoro. Orgoglio della cucina italiana. Ebbene ogni anno l’industria utilizza 150 milioni di chili di semilavorati industriali. La gran parte è un concentrato di salsa prodotta in Cina contenuto in fusti da 200 chili che viene aggiunta in alte percentuale ai pomodori italiani. Nell’etichetta il produttore non è obbligato a segnalare cosa ha usato e da dove viene l’ingrediente. Non c’è obbligo di trasparenza. Dunque pensiamo di mangiare italiane e invece cuciniamo cinese? Sì. Non conosciamo nulla di come sia stato trattato, in quel caso, il pomodoro, che tipo di anticrittogamici siano stati usati. Non si ha alcun indizio sulla qualità di quello che si mangia. Eppure quello che importiamo dall’estero è tutto tracciato. Vuol dire che si sa da dove arriva e dove va a finire? Certo. Nel nostro Paese c’è la tracciabilità degli alimenti importati. Di ogni derrata il ministero della Salute sa esattamente la provenienza, in quale stabilimento è lavorata e in quale banco alimentare si venderà. Dunque non dovrebbe essere difficile capire cosa è stato usato in un prodotto? Si sa tutto. Le informazioni le ha il ministero della Salute. Ma non le pubblica perché sono considerati dati sensibili. Ma non è un diritto del consumatore sapere cosa compra e soprattutto cosa mangia? Per noi di Coldiretti assolutamente sì. Ci stiamo battendo per imporre l’obbligo ai produttori. Ma è una battaglia dura perché è chiaro che ci sono interessi economici alti che si oppongono. La salute ha una tutela costituzionale Non diciamo di bloccare l’import di alimenti dall’estero. Non è questione di protezionismo ma di informazione e di trasparenza. Il consumatore ha diritto di sapere cosa compra e deve potere scegliere. Può comprare quello che desidera, anche un prodotto fatto con alimenti importati, ma deve esserne consapevole. A quel punto anche il mercato si riequilibra. Perché? Per un prodotto con meno made in Italy chi compra potrebbe offrire un prezzo più basso. Mentre per quello 100 percento italiano il produttore sarebbe legittimato a chiedere un prezzo più alto. Ma questo fenomeno quanto è ampio e quanto può essere pericoloso? Come detto i dati non sono pubblici e ragioniamo solo su stime. Ma ad esempio nei succhi il 77% della frutta arriva dal Nord africa. E in alcune coltivazioni si usano prodotti che da noi sono vietati. Quando entrano nel nostro circuito produttivo il consumatore non sa più dove sono e cosa sono diventati Il ministero della Salute sì però? La tracciatura c’è. Per questo chiediamo l’etichetta trasparente. Finora non siete riusciti ad averla? Gli interessi in gioco sono alti. La chiusura da parte dei trasformatori è netta. Le materie che arrivano da altri paesi hanno costi più bassi. Ma la sensibilità sta cambiando sia nei consumatori italiani sia in quelli del Nord europa. Ci fa altri esempi? Ce non sono a decine. La pasta ad esempio nella quale la percentuale di grano duro che arriva da altri Paesi non è specificata. O ancora nella carne di maiale Ma il maiale tedesco o romeno non è uguale a quello italiano? Innanzitutto per poter apporre il marchio di un prosciutto Dop occorre che l’animale sia allevato nelle stesse zone e con procedure qualificate. Il problema è per tutti gli altri prodotti. Spesso quello che si trova in alcuni banchi arriva da allevamenti in cui gli animali sono soggetti a trattamenti antibiotici che da noi non si fanno. Queste carni sono diverse da quelle italiane che hanno altri sistemi di crescita. Ma il consumatore non lo sa. Perché per alcuni generi alimentari l’indicazione della provenienza e dell’origine c’è? Si tratta di tutti quegli alimenti nei quali ci sono state problematiche per la salute. È il caso della carne di manzo dopo il caso della Mucca Pazza. La tragedia, purtroppo, ha imposto l’obbligo di maggiore trasparenza. Come ci si può difendere? Non abbiamo la soluzione per tutto. Ma alcune iniziative come la filiera corta tra produttore e consumatore con i mercatini della Coldiretti vanno in questa direzione. Gli acquisti degli italiani nei mercati degli agricoltori, i cosiddetti farmers market, è cresciuta del 67%. Ci hanno fatto la spesa nel 2013 ben 15 milioni di italiani con un aumento del 25%. Oggi ce ne sono oltre 1200 in tutte le regioni. Per molti sono un’opportunità rara. Prevale ancora il ricorso alla grande distribuzione per la spesa alimentare Coldiretti ha realizzato il progetto per una filiera agricola tutta italiana, promosso da Coldiretti e da Campagna Amica, con il marchio valoriale FAI presente nella grande distribuzione e nato per garantire in Italia e all’estero tutti quei prodotti provenienti al 100% dai campi e dagli allevamenti italiani che rispettano l’etica nei processi produttivi e assicurano, per contratto, una equa ripartizione del valore tra i vari attori della filiera. Che prodotti avete messo in commercio? Dalla pasta al riso nelle varietà Arborio, Carnaroli e Baldo, dall’olio Extra Vergine all’ortofrutta, dal latte UHT ai salumi fino alle carni provenienti da razze autoctone bovine (Chianina, Marchigiana, Romagnola e Piemontese) e suine. Prodotti che si trovano in vendita nella grande distribuzione, dalla Coop dove è stata messa in commercio la prima pasta al 100 per 100 con grano italiano a Iper e molti altri.

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