Il primo discorso al Senato della Repubblica del Presidente del Consiglio Matteo Renzi è stato semplicemente spettacolare. Il premier ha messo in mostra uno straordinario mento volitivo; una postura perfetta; una gestualità avvolgente; una meta-comunicazione positiva e ottimista; una retorica efficace a cui ha unito la capacità di rappresentare i bisogni, le esigenze, i desideri dei cittadini. Non importa tu come la pensi, se sei di sinistra o di destra, se sei liberale o statalista, se hai votato o se ti sei astenuto: ascoltandolo puoi solo essere d’accordo. Non c’è niente che ti dia fastidio, non c’è niente su cui tu non possa seguirlo. La giustizia amministrativa, meno tasse per tutti, il tema del lavoro, lo snellimento della burocrazia, l’appuntamento del semestre europeo, la riforma della scuola, il nostro ruolo nel mondo, l’orgoglio di essere italiani... Come non condividere tutto questo? Ma la vera questione è che i grandi discorsi devono avere una finalità, che è legata a chi il discorso è diretto (in questo caso il Senato) e una funzione (in questo caso l’ottenimento della fiducia, essendo quello di Renzi il discorso di inserimento programmatico del Premier). Quindi, il metro, la misura con il quale va misurato il nuovo premier non è l’estetica o la semantica della sua gestualità, il simbolismo della sua retorica; non è neanche la misurazione della semiosi del desiderio. Si trattava di capire come, attraverso quali strumenti legislativi, iniziative, proposte, con quali tempi e, soprattutto, con quali soldi, il Governo pensava di risolvere la gerarchia dei problemi che tutti conosciamo e condividiamo. Dopo le Leopolde, dopo le campagne elettorali per le primarie, dopo il duello fratricida con Enrico Letta, Renzi ieri aveva bisogno di presentarsi spiegando semplicemente come intende realizzare quel cambiamento che tutti aspettano con «imminenza urgente» e, quindi, come riuscirà a realizzarlo in tempi brevi come tutti pretendono da lui. Semplicemente «come». È ovvio che uno come me spera che Renzi porti a termine il suo di progetto di cambiamento. Ma se ti presenti al Senato e chiedi la fiducia senza spiegare come quel progetto di cambiamento intendi realizzarlo, allora più che la fiducia chiedi un atto di fede. Tra le righe, Renzi ci sta dicendo: quelli che mi hanno preceduto sono pagliacci; io, Renzi, sono bravo, io risolvo i problemi. E tu, cittadino, o Senatore, aderisci con entusiasmo a questa espressione di misticismo, oppure sei un infedele, uno che complotta contro la patria, uno che vuole l’aumento indiscriminato delle tasse, un senza Dio. Anzi, un senza Renzi. Il Renzi che si è presentato al Senato non è più il Renzi di Firenze; è il Renzi di Nazareth. Avrebbe potuto benissimo dirci che avrebbe camminato sulle acque del lago di Bolsena. E pretendere che noi gli credessimo. Ora, io sono pronto ad andarlo a vedere e ad applaudirne la performance e, naturalmente, non mi auguro che anneghi. Però, se mi iscrivo tra quelli un po’ scettici - proprio io che non posso certo essere definito un nemico ideologico di Renzi - vi chiedo per cortesia di non iscrivermi tra i Giuda della patria. Io tifo per lui, ma non a occhi chiusi. Su una cosa, però, Matteo Renzi ha ragione. Una cosa che ha detto con estrema chiarezza: non ci sono più alibi, la faccia è la sua. Se quello che ha detto riuscirà a farlo con la squadra di governo che si è scelto, il premier avrà in mano questo paese per i prossimi vent’anni. Se, invece, non ci riuscirà, allora non ci resta che Fabio Fazio. In questo strano paese, infatti, il discorso di apertura di Sanremo sembrava scritto per un Presidente del Consiglio. Non vorremmo che quello pronunciato ieri dal Presidente del Consiglio lo candidasse a presentare il prossimo Festival di Sanremo.
Chiede un atto di fede senza uno straccio d’idea
L'intervento del premier analizzato dal sondaggista Luigi Crespi
