Politica

Matteo può farcela

di Riccardo Illy, presidente del Gruppo Illy

Matteo Renzi è il nuovo Presidente del Consiglio; da lui i cittadini e le organizzazioni si aspettano moltissimo. L’Italia esce infatti da un lungo periodo di recessione (depressione?) e da un ancora più lungo periodo di immobilismo politico. Dal giovane e brillante premier ci si aspetta quindi che riesca a realizzare una profonda riforma istituzionale, legge elettorale inclusa, e il rilancio dell’economia, occupazione inclusa. Si tratta di un impegno colossale; di profonde riforme della Costituzione, come quella necessaria per superare il bicameralismo perfetto, non se ne è mai fatta una dai tempi dell’Assemblea Costituente (1947). Di rilancio dell’economia si parla da vent’anni ma è stato un periodo da prima lento e poi di accelerato declino, quasi tracollo economico. Questo anche perché le tipiche «leve» a disposizione di un Governo per rilanciare l'economia sono indisponibili o già utilizzate fino al limite massimo. Non si può svalutare la moneta perché facciamo parte dell'euro, i tassi di interesse sono già quasi a zero da tempo per decisione della BCE che ha immesso nel sistema, similmente agli USA, una notevole quantità di liquidità. Gli investimenti (o peggio la spesa) pubblica sono inaccessibili a causa dell'enorme debito pubblico (133% del PIL) accumulato che, sommato alla recessione economica, ci ha già portato un anno e mezzo fa a un passo dall'insolvenza. Anche l'idea di superare il limite del 3% di deficit/PIL previsto da Maastricht è impraticabile; a punirci sarebbe non solo e non tanto la U.E. quanto i mercati; e lo farebbero in modo molto più violento. Inoltre i tempi per ottenere i permessi per realizzare opere pubbliche sono così lunghi da non consentirne l'uso in funzione anticiclica. La spesa pubblica italiana, invece, non è mai stata in grado di stimolare in modo sostenibile (senza una deriva di crescita del debito nel lungo termine) l'economia. Insomma se quella istituzionale è una riforma difficilissima quella del rilancio economico sembra una «mission impossible». Si deve in pratica rilanciare l'economia «a costo zero» per risanare i conti pubblici, non potendo usare le risorse pubbliche per rilanciare l'economia come si fa abitualmente. Una via d'uscita piuttosto dolorosa, che cito solo per provocazione, potrebbe essere una sorta di «deflazione competitiva» che, riducendo volontariamente costi e retribuzioni interni, rilancerebbe la competitività del Paese. Accantonata la provocazione restano poche altre opzioni. La prima, non proprio a costo zero nell'immediato, è la riduzione dell'imposizione sugli utili non distribuiti delle imprese. Nella supposizione che quelle somme saranno utilizzate per investimenti in impianti e macchinari con l'obiettivo di consentire la crescita ci si può aspettare una aumento di tali investimenti (con un positivo effetto domino sulle altre imprese) e sulla occupazione, sia diretta che indiretta, con conseguente aumento del gettito Irpef. La seconda riguarda la promozione «incrociata» (anche sfruttando a costo zero la buona stampa di cui gode all'estero il Premier) del turismo italiano e delle sue produzioni a più elevato contenuto estetico (moda, design, mobili, agroalimentare). Al turista facciamo conoscere le produzioni affinché le consumi anche una volta ritornato in Patria, al consumatore già conquistato all'estero facciamo venire il desiderio di visitare, da turista, i luoghi di produzione dei beni preferiti. La seconda riguarda la fruibilità, attraverso convenzioni con imprese private, di una parte molto più consistente del nostro patrimonio artistico-culturale. Per farli apprezzare (a pagamento, come avviene nel resto del mondo) sia ai turisti, che ne saranno attratti, sia ai cittadini italiani, sì da perpetuare la loro vocazione all'estetica. Molti obietteranno che mi sono dimenticato la riduzione della spesa pubblica e la riduzione della burocrazia, ma non è una dimenticanza. La prima è in Italia la più bassa, al netto degli incomprimibili oneri pensionistici e per interessi, di tutti i Paesi europei; più che ridurre la dovremmo riallocare, cioè togliere dove «cresce» per mettere dove manca. Per riformare la burocrazia ci vogliono invece venti anni; è senz'altro una cosa da fare, forse meglio a valle delle riforme istituzionali e delle elezioni, ma non produrrà i risultati di breve-medio termine di cui abbiamo bisogno. Renzi ce la farà? Si sa che è tenace e si dice che sia fortunato: può farcela.

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